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Simone Ramella
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Per festeggiare i 90 anni di Noam Chomsky, ripropongo l'intervista che gli feci il 9 dicembre 2003 a Boston, prima tappa (non casuale) del mio viaggio di nozze negli Stati Uniti.
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Perché rovinare una bella e commovente storia a lieto fine con la verità?
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In questi giorni ho letto diversi commenti sulla vicenda del messaggio contro “zingari” e “molestatori” che "hanno rotto i coglioni" diffuso via altoparlante sul treno Milano-Mantova. Mi colpisce il fatto che in molti si ostinino a trattarla come una specie di derby tra la capotreno e chi ha segnalato il suo annuncio, sorvolando invece sul comportamento tenuto dalla Lega e da Matteo Salvini, che fin dall’inizio l’hanno rilanciata e cavalcata senza scrupoli di alcun genere, per il proprio tornaconto elettorale.

Il ministro dell’Interno è l’unico che andrebbe licenziato in tronco, avendo dimostrato anche in questo caso di essere indegno del ruolo che ricopre. Invece di dire cosa intende fare, da ministro e vicepremier, per migliorare le condizioni di sicurezza in cui viaggiano ferrovieri e pendolari – è difficile crederci, ma il suo lavoro sarebbe quello – ha sfruttato anche questo episodio per gettare benzina sul fuoco delle tensioni sociali che lo fanno crescere nei sondaggi, alimentando il linciaggio virtuale a cui è stato sottoposto Raffaele Ariano e mettendo le basi per il prossimo episodio simile, che non tarderà ad accadere (stay tuned).

Per questo mi colpiscono ancora di più, anche se ormai non mi sorprende più nulla, alcuni dei commenti alla lettera aperta che la madre del ricercatore universitario ha inviato al presidente della Repubblica, che non entrano nel merito di quello che ha scritto, ma tirano in ballo il suo impegno in politica e lasciano intendere che sia alla ricerca di visibilità, come se lei e il figlio non ne avessero già ricevuta abbastanza, loro malgrado.

È il vecchio artificio retorico di denigrare la persona e insinuare dubbi sulle sue motivazioni, quando non si hanno altri argomenti per controbattere, e mi dispiace che lo stiano praticando, spero senza rendersene conto, anche alcuni amici cremonesi, da cui mi sarei aspettato almeno un briciolo di solidarietà umana, se non politica, per un concittadino sottoposto a una vera e propria gogna virtuale, soltanto per aver denunciato un comportamento che lo stesso Salvini, bontà sua, ha definito un po’ sopra le righe.

Sintetizzando, la morale mafiosa della storia è questa: se vedi o senti qualcosa che non ti torna è meglio fare finta di nulla, tanto più se corri il rischio di passare per il “difensore degli zingari”. Se invece ti azzardi comunque a fare qualcosa, perché sei convinto di essere dalla parte del giusto, sappi che lo fai a tuo rischio e pericolo. Se poi ci scrivi anche un post su Facebook, non ti sarà perdonato nulla perché hai reso pubblica la storia, ti sei esposto, e queste cose non si fanno perché tutti sanno che su Facebook, se non pubblichi foto di gattini, video demenziali o frasi sul senso profondo della vita, te la sei andata a cercare.

Tutto sarà passato al setaccio. Dal tuo aspetto fisico, che si vede che c’hai l’aria da radical chic buonista “lontano anni luce dalla realtà” che viaggia su un treno sfigato da pendolari perché evidentemente è una roba da radical chic, al lavoro che fai, anche se è un impiego qualificato che richiede tanto studio (eh, ma chissà come l’avrà avuto...) e una laurea che non si può comprare in Albania o in Svizzera. Dalla militanza politica di tua madre che sicuramente è una “piddina” come te – ah non è vero? Vabbè fa lo stesso, sempre “zecca” è – alla simpatia di tuo padre, che mi ha detto un mio amico che ha tolto il saluto alla madre di un suo amico perché era del Movimento 5 Stelle (che roba, Contessa!).

Se poi, invece di incassare virilmente in silenzio tutti gli insulti (tanti nemici, tanto onore!), provi anche a difenderti spiegando le tue ragioni e denunciando la marea di odio che ti è stata rovesciata addosso, è la prova provata che sei un piagnone mammone che sta solo speculando politicamente sulla vicenda. Tempo qualche giorno e la rete, che come la Lega non perdona, scoprirà che la capotreno senza nome che ha fatto quell’annuncio eri tu, con la voce in falsetto.
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Dall’ultima indagine della Demos & Pi di Ilvo Diamanti emerge che, nonostante il martellamento quotidiano di notizie e #fakenews allarmanti e la strumentalizzazione dell’argomento #immigrazione a scopo elettorale, la maggioranza degli italiani si ostina a non aver paura degli #stranieri. L’ostilità nei loro confronti, però, negli ultimi anni ha finito per contagiare anche una parte consistente dell’elettorato del Partito Democratico, della Sinistra e del Movimento Cinque Stelle.
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Il mio articolo sull'asta lanciata da #Amazon per individuare la località in cui insediare il suo secondo quartier generale in Nord America è stato segnalato anche sul sito di #Pagina3, rassegna stampa culturale di #Radio3. Sono soddisfazioni.
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radio3.rai.it
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Sul sito di Democratica, che da alcuni mesi ha raccolto il testimone dell'Unità come organo di informazione ufficiale del #Pd, nessun accenno allo sciopero di oggi dei dipendenti #Amazon di Castel San Giovanni. In compenso, l'unico articolo che parla del #BlackFriday è un inno al consumismo, con tanto di tag di affiliazione (non dichiarato) per ottenere una percentuale sugli acquisti effettuati sul sito del gigante dell'e-commerce.
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Un sentito ringraziamento per l'ospitalità su Comune-info.net a Marco Calabria, Riccardo Troisi e Gianluca Carmosino.
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Il #BlackFriday, la tradizionale giornata dei supersconti lanciata in Italia da #Amazon, domani rischia di trasformarsi davvero in un venerdì nero per il gigante dell'e-commerce. È di ieri, infatti, la notizia che i sindacati hanno promosso proprio per il 24 novembre uno sciopero unitario nel suo centro di distribuzione di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza. I dipendenti che aderiscono allo sciopero chiedono alla società un miglior trattamento economico: «Non c’è stata da parte di Amazon Italia alcuna apertura concreta all’aumento delle retribuzioni o della contrattazione del premio aziendale, considerando anche la crescita enorme di questi anni. I ritmi lavorativi non conoscono discontinuità, le produttività richieste sono altissime e il sacrificio richiesto non trova incremento retributivo oltre i minimi contrattuali».

Del centro Amazon di Castel San Giovanni parla anche Marta Fana nel suo libro "Non è lavoro, è sfruttamento" (Laterza), inchiesta sulla condizione del lavoro in Italia. «La settimana lavorativa può essere anche di 60 o addirittura di 80 ore, e l’intensità che caratterizza le mansioni è il vero fattore di ansia e malattia per i lavoratori – scrive Fana – Il controllo sui tempi è totale, ogni azione viene registrata, cronometrata. Non riuscire a mantenere i ritmi imposti o una riduzione della propria produttività comporta un demansionamento immediato. Ernie, attacchi di panico, psicofarmaci sono i compagni di strada di questi lavoratori».

La replica dell'azienda allo sciopero proclamato dai sindacati è che «i salari dei dipendenti di Amazon sono i più alti del settore della logistica e sono inclusi benefit come gli sconti per gli acquisti su Amazon.it, l'assicurazione sanitaria privata e assistenza medica privata». Nei suoi "principi di leadership", i 14 comandamenti dettati da Jeff Bezos, i lavoratori però sono incoraggiati a mantenere standard di rendimento «irragionevolmente alti», che si traducono in un turnover del personale molto frequente.

Un’indagine condotta nel 2013 da PayScale, azienda che si occupa dell’analisi dei salari, ha indicato infatti in un anno la durata media degli impieghi in Amazon, una delle più basse tra le imprese di Fortune 500, la lista annuale che classifica le 500 maggiori imprese societarie statunitensi, misurate sulla base del loro fatturato. La stessa Amazon ha precisato che solo il 15% del suo personale ha superato la boa dei cinque anni.
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Al di là dei suoi aspetti più folcloristici, che spesso (purtroppo) sono gli unici a fare davvero notizia, la vicenda dell'asta lanciata da #Amazon all'inizio di settembre per individuare il luogo in cui aprire il suo secondo quartier generale in Nord America offre molti spunti di riflessione su vari fronti: il rapporto pubblico/privato, il ruolo di funzionari e amministratori pubblici, la dignità delle istituzioni, le priorità della politica, l'iniquità crescente nella distribuzione della ricchezza, la pianificazione urbanistica, il conflitto di interessi tra economia e informazione, la creazione di nuovi posti di lavoro, quelli che Trump in campagna elettorale ha promesso di riportare negli Stati Uniti, e la qualità del lavoro, quella che ha già fatto finire più di una volta Amazon nel mirino delle critiche.

Mi rendo conto che la lunghezza dell'articolo rischia di decimare in partenza il numero già esiguo dei miei lettori, ma questa è una storia che merita di essere approfondita perché, anche se è ambientata prevalentemente negli Stati Uniti, come molte storie che coinvolgono una multinazionale di questo calibro riguarda da vicino anche noi. Se può servire come incentivo, sappiate che sto valutando la possibilità di premiare con un buono regalo Amazon chi saprà dimostrare di averlo letto fino in fondo ;-)
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