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Rosanna Perrone
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Fu veramente audace chi per primo mangiò un'ostrica.
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Lunedì sera mi arrivava un sms da parte di Andrea Genovese che mi invitava, attraverso una serie di informazioni, a prendere parte al workshop di Social Academy #SA2017 che ci sarebbe stata l’indomani a LUISS ENLABS, per ragionare insieme sul nuovo format di questa piattaforma dedicata alla formazione professionale.

Ecco cosa è successo.

http://blog.socialacademy.com/progettare-collaborazione-la-case-history-design-thinking-sa2017

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I nostri stessi colleghi, giornalisti esperti di lavoro digitale, o comunque web writer con la passione per l’innovazione, dicono che oggi fare il digital strategist è sicuramente il miglior lavoro che si possa fare ma, a leggere cosa sia e cosa faccia un digital strategist, viene il dubbio anche a una persona che fa questo stesso lavoro. Chi scrive non si interessa di conoscere approfonditamente ciò di cui parlerà, né controlla le fonti, non assume atteggiamento deontologico, non conosce affatto le regole abc della scrittura professionistica, come se sul web non si fosse tenuti a rispettarle.

I lavori del futuro sono anche quelli del web developer, del data scientist o del network engineer, che sono alcuni dei nuovi modi di chiamare i vecchi informatici, giornalisti e ingegneri. E fin qui tutto bene. A volte, però, avviene un’auto-attribuzione di competenze, background culturali, esperienze che fanno nascere nuovi lavoratori.

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Figlie dell‘innovazione del lavoro, molte aree dell’attuale mercato digitale usano etichette astratte, poco comprensibili, mix di latinismi e inglesismi, creando un nuovo linguaggio di nicchia fatto di concetti tecnici che, però, non servono a spiegare, a chi non si occupa della stessa materia, in che cosa consista una data professione né in che modo un certo professionista potrebbe effettivamente essere d’aiuto a un’impresa.

I nostri stessi colleghi, giornalisti esperti di lavoro digitale, o comunque web writer con la passione per l’innovazione, dicono che oggi fare il digital strategist è sicuramente il miglior lavoro che si possa fare ma, a leggere cosa sia e cosa faccia un digital strategist, viene il dubbio anche a una persona che fa questo stesso lavoro. Chi scrive non si interessa di conoscere approfonditamente ciò di cui parlerà, né controlla le fonti, non assume atteggiamento deontologico, non conosce affatto le regole abc della scrittura professionistica, come se sul web non si fosse tenuti a rispettarle.

I lavori del futuro sono anche quelli del web developer, del data scientist o del network engineer, che sono alcuni dei nuovi modi di chiamare i vecchi informatici, giornalisti e ingegneri. E fin qui tutto bene. A volte, però, avviene un’auto-attribuzione di competenze, background culturali, esperienze che fanno nascere nuovi lavoratori.

La prima bufala è dietro l’angolo: qualcuno magari ha scritto un blog e si è automaticamente definito nel proprio CV “content editor” o “digital content”, posizioni che non esistono, come anche grammaticalmente suggeriscono le parole messe insieme a caso: cos’è un editore del contenuto? Oppure, potrebbe essere attributo a una persona il “contenuto digitale”?

Chi voglia continuare a leggere: http://www.informazionesenzafiltro.it/antidoto-contro-le-bufale-sta-in-ognuno-di-noi :)

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In questo articolo fresco di pubblicazione, ho voluto dedicarmi al valore della scrittura professionale, ricollegandomi alle recenti ondate "bufale online" che tanto hanno scandalizzato e fatto ridere, contemporaneamente.

Ma parlo non solo di bufale: proprio dal giornalismo online arrivano anche le soluzioni. Una buona idea da curi trarre ispirazione, sia come operatori che come lettori, è Newsela, un “antidoto” di social journalism nato per riscrivere ai bambini le notizie con cui ogni giorno i media bombardano anche loro, senza che essi siano preparati a filtrarle. Così, il gruppo sperimentale di Newsela, inizialmente formato da insegnanti e volontari ma poi estesosi anche a circa 140 giornalisti freelance che hanno trovato in questa formula una nuova risorsa, ha deciso di riprendere queste notizie, selezionarle, spiegarle al pubblico dei piccolini attraverso una formula linguistica più semplice, alla loro portata, con l’obiettivo che essi non solo possano effettivamente leggere le news, ma anche comprenderle. Molte classi statunitensi hanno iniziato a utilizzare questo strumento con l’obiettivo di stimolare la lettura dei giovani studenti e sembra che la voglia di tornare a farsi protagonisti dei contenuti che circolano e che parlano della nostra società, della nostra attualità, stia tornando a molti altri.

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Figlie dell‘innovazione del lavoro, molte aree dell’attuale mercato digitale usano etichette astratte, poco comprensibili, mix di latinismi e inglesismi, creando un nuovo linguaggio di nicchia fatto di concetti tecnici che, però, non servono a spiegare, a chi non si occupa della stessa materia, in che cosa consista una data professione né in che modo un certo professionista potrebbe effettivamente essere d’aiuto a un’impresa.

Qualcuno magari ha scritto un blog e si è automaticamente definito nel proprio CV “content editor” o “digital content”, posizioni che non esistono, come anche grammaticalmente suggeriscono le parole messe insieme a caso: cos’è un editore del contenuto? Oppure, potrebbe essere attributo a una persona il “contenuto digitale”? In ogni caso, questi “content editor” scrivono quotidianamente commenti, blog post, articoli ed è plausibile pensare che, anche quando collezionano like e approvazioni, abbiano potuto copiare e incollare informazioni prese qua e là per ricucirle con una dose eccessiva di retorica dell’internet fatta di titoli da 100 caratteri sensazionalistici, molte domande e risposte definitive dagli altrettanto numerosi punti esclamativi.

Una riflessione sulla scrittura professionale per chi si occupa di giornalismo, social, contenuto web e dintorni, da estendere a tutte le professioni che hanno al centro "la scrittura".

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La prima bufala è dietro l’angolo: qualcuno magari ha scritto un blog e si è automaticamente definito nel proprio CV “content editor” o “digital content”, posizioni che non esistono, come anche grammaticalmente suggeriscono le parole messe insieme a caso: cos’è un editore del contenuto? Oppure, potrebbe essere attributo a una persona il “contenuto digitale”? In ogni caso, questi “content editor” scrivono quotidianamente commenti, blog post, articoli ed è plausibile pensare che, anche quando collezionano like e approvazioni, abbiano potuto copiare e incollare informazioni prese qua e là per ricucirle con una dose eccessiva di retorica dell’internet fatta di titoli da 100 caratteri sensazionalistici, molte domande e risposte definitive dagli altrettanto numerosi punti esclamativi.

Quale sia la seconda, più grossa, bufala tra lo scritto e lo scrivente è il lettore che, a posteriori, potrà deciderlo, purché impari a riconoscere, differenziare e difendersi da questi contenuti e da chi li produce.
Se pensavamo che il maggior pericolo delle bufale online provenisse da software o da account fake, che in rete si divertono a diffondere notizie provocatorie, gossip infondati e scandali politici, allora siamo lontani dalla compressione del fenomeno.

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Il viaggio alla scoperta del marketing in un corso serale, che ha alternato momenti teorici di apprendimento delle basi della disciplina a esercitazioni pratiche con il project work sul brand Re-Bello, incontri con ospiti speciali e tanti, tantissimi spunti di approfondimento.

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Per tornare ad essere operativi e subito efficaci, cosa c'è di meglio che iniziare l'anno con una rinfrescata alle risorse utili per il marketing?
In questo blog post scritto per #Dolabschool, la nostra @Sandra Fratticci, tutor del corso "Fare Marketing dalla A alla Z" che si è concluso da poco, riassume come sono andate le cose e come possiamo continuare ad applicarci.
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