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Casa editrice plurale e democratica
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«Mi immaginavo di arrivare alle spalle di un autore e di fargli fare un figlio, che fosse suo e tuttavia fosse mostruoso». Le monografie di storia della filosofia firmate da Deleuze esprimono il desiderio di far dire a un determinato autore, con le sue stesse parole, ciò che non ha mai espresso in modo esplicito, ossia quello che il suo testo prepara senza dichiarare. Così, la ripetizione del pensiero di un filosofo diventa l’occasione per differenziarlo, ossia trasformarne i concetti attraverso la storia, fino al presente, col fine di pensare il nuovo. Nietzsche rappresenta però un’eccezione, o un’ossessione eccezionale, dato che, per il filosofo francese, «figli alle tue spalle è lui che te li fa fare». È da questa situazione che prende le mosse La funzione N, il cui obiettivo è mostrare come e fino a che punto Deleuze sia un inattuale pensatore nietzschiano e Nietzsche un intempestivo filosofo deleuziano.
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A una prima occhiata sembra difficile trovare due artisti più diversi di Giacomo Puccini e Pier Paolo Pasolini. Mi è capitato di riflettervi rileggendo Una vita violenta negli stessi giorni in cui riascoltavo la Tosca. Le due fruizioni non sono state conseguenza della ricerca di possibili somiglianze, finché, leggendo il terzo capitolo di Una vita violenta e ascoltando il terzo atto della Tosca, ho notato un’affinità importante: entrambi gli artisti hanno descritto la nascita del giorno a Roma, scandita da molte diverse campane. Trovata un’affinità, ne spuntano altre. Ad esempio Pasolini e Puccini si somigliano anche nel modo in cui vengono apprezzati; Pasolini rimane legato alla sua violenza espressiva – dico violenza a livello soprattutto strutturale e stilistico – per cui è difficile, se non addirittura imbarazzante per chi lo ama, considerarlo uno scrittore comunque “normale”…

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Logica del senso, l’ultimo dei capolavori deleuziani degli anni Sessanta, è probabilmente vittima di un fraintendimento: essa è infatti generalmente considerata a partire dalla produzione successiva di Deleuze, contrassegnata dal sodalizio intellettuale con Guattari, rispetto alla quale si situerebbe su posizioni in qualche modo inconciliabili, poiché ancora marcate dall’affinità teorica con l’impostazione strutturalista e, soprattutto, con la psicoanalisi lacaniana.
In questo volume, Logica del senso è ripensata alla luce del rapporto tra inconscio e linguaggio. Ciò si rende possibile in virtù della ridefinizione deleuziana della differenza, non più pensata in termini negativi e limitativi secondo la tradizione strutturalista. Tramite l’uso affermativo e illimitato della disgiunzione, l’inconscio diventa infatti il luogo del linguaggio paradossale, del nonsense che produce senso. L’esplorazione del retroterra teorico di Logica del senso si traduce in Alice allo specchio in un percorso che incrocia due prospettive: una versione psicoanalitica di Alice, ma anche una lettura della psicoanalisi attraverso Alice e il resto della produzione carrolliana. È al crocevia tra meccanismi psichici e paradossi logici che si situa infatti la teoria deleuziana del senso, sulla linea di confine tra inconscio e linguaggio, tra il profondo e la pelle.

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Deleuze considerava Foucault il più grande filosofo contemporaneo. Alla morte dell’amico gli dedicherà questo prezioso omaggio postumo, che rappresenta senz’altro la migliore lettura complessiva della sua opera. Si tratta di un testo simpatetico, di un’interpretazione intensiva, problematica e problematizzante, che si snoda attraverso le dimensioni del sapere, del potere e dei processi di soggettivazione, in cui Deleuze ci ha mostrato cosa significhi veramente pensare con Foucault, andando necessariamente anche oltre di lui. Qui le individualità dei due filosofi si amalgamano, si fondono, e facciamo il nostro ingresso in un territorio in cui non c’è più nessuno che dica “io”. Perché – Deleuze ce lo ha insegnato – si pensa sempre in più d’uno, anche quando si è da soli. Quello che ne esce, è il sorprendente ritratto di un Foucault «metallico e stridente», che si rivolge direttamente ai problemi della nostra attualità, inventando gli strumenti che ci permettono di interpretarla, di capirla, e forse anche di cambiarla. Per aiutarci a comprendere il presente, con i suoi limiti, le sue degenerazioni, le sue linee di fuga.
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Quando nel 1932 furono per la prima volta pubblicati gli appunti che un giovane filosofo tedesco, discepolo di Hegel e di Feuerbach, aveva preso un secolo prima a Parigi dalle sue letture di economisti e di filosofi, questo evento editoriale fu salutato con grande entusiasmo. Una cosa abbastanza curiosa, se si considera che i cosiddetti Manoscritti economico-filosofici del 1844 non costituiscono un libro unitario, destinato alle stampe, ma solo materiali di lavoro in cui le osservazioni critiche affiorano da lunghe trascrizioni di autori più o meno noti. Eppure essi puntano l’attenzione su temi destinati a divenire centrali nella riflessione teorica e nella lotta politica e che portarono a una profonda revisione dell’immagine che fino allora si era avuta di Marx, appiattita sul Capitale e sulle note tesi sul valore e sul plusvalore.
La definizione dell’essenza umana come vita produttiva, l’analisi del rovesciamento che subisce a causa dell’alienazione del lavoro, la prospettiva di un comunismo umanistico in cui essa viene finalmente valorizzata – ecco alcuni dei temi attorno a cui gli intellettuali progressisti fino agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso si sono arrovellati. I seguaci dell’ortodossia marxista, nei paesi comunisti dell’est, tentarono di rimuovere lo scandalo dei Manoscritti, declassandoli a un peccato di gioventù di un giovane hegeliano imbevuto di idealismo. Ma nel mondo occidentale, e anche tra i dissidenti dei paesi comunisti, divennero la bandiera del marxismo critico.

Ora però siamo giunti a un punto in cui non sembra più possibile usare senza cautele le categorie di alienazione ed essenza umana. Una riflessione s’impone per valutare se il ruolo critico della tematica dell’alienazione sia da considerarsi esaurito, e se si possano individuare “equivalenti” della categoria di essenza, a cui la diagnosi dei fenomeni di spossessamento di sé ha fatto inizialmente riferimento. Questa nuova edizione italiana dei Manoscritti, condotta sulla base della nuova edizione storico-critica Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA2), intende dare un contributo a tale riflessione attraverso il vasto commento che accompagna il testo e che lo rende finalmente intellegibile a pieno, con la ricostruzione delle fonti utilizzate da Marx e di interpretazioni che lo rendono perspicuo.
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Della “vita estrinseca” parla Leopardi nell’Elogio degli uccelli, all’interno delle Operette Morali. Che cos’è una vita “estrinseca”? Ecco qualche possibilità: la vita così come la può vivere un animale, ad esempio un calabrone che vola rumoroso tra i fiori, oppure una sardina che si sente a casa nell’oceano; un bambino in un lungo interminabile pomeriggio d’estate al mare, o una pittrice che ostinatamente riprende il suo soggetto, e sempre di nuovo ricomincia a dipingerlo, senza noia o stanchezza. E ancora: la scena finale di Professione Reporter ‒ il film di Antonioni ‒ con il divenire-cielo di David Locke/Jack Nicholson, oppure un uomo che prega, senza rivolgersi a nessuno, per la gloria del mondo. In tutti questi esempi qualcuno, umano o no (questa venerabile distinzione non è importante), è in piena relazione con il mondo, fa tutt’uno con l’esistenza, oltre la mente e oltre il corpo.

La “vita estrinseca” è quella vita in cui non ci si sente più come qualcuno, o qualcosa, di separato dalla vita e dal mondo. La “vita estrinseca”, in fondo, è il mondo che si sente attraverso di noi. Si tratta di una condizione che è difficile provare, perché tutto ‒ nelle nostre esistenze ‒ va contro questa possibilità. Eppure è l’unica condizione che è importante essere. Oltre sé stessi, oltre la politica e l’economia, oltre la religione e l’arte.

La vita, finalmente.
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