Charlie Carver - attore divenuto famoso grazie al successo del serial "Casalinghe disperate" dove interpretava uno dei gemelli figli di Lynette e Tom Scavo - ha raccontato su Instagram la sua esperienza di coming out. Finora il suo post non è mai stato pubblicato in italiano per intero. Ecco la traduzione integrale:

“Sii la persona di cui avresti avuto bisogno da giovane”. Ho letto questa frase più o meno un anno fa, quando una mattina stavo su Instagram. Non sono il tipo di persona che va in cerca di frasi motivazionali, soprattutto quelle scritte dall’onnipresente Anonimo (la loro brevità mi dà fastidio e mi sembrano banali invece che utili o pregne di significato). Ma in questo caso mi sembrava che mancasse qualcosa. Dovevo capire che cosa. Chi aveva scritto o detto quelle dannate parole? Perché? Per chi? Erano rivolte a una persona in particolare?
Ho salvato la foto. Mi aveva colpito per vari motivi, mi pareva che avesse qualcosa in comune con gli altri “preferiti” sul mio cellulare. Quasi tutti i giorni la vedevo lì, accanto agli altri miei “preferiti”; la vedevo ogni volta che entravo in palestra, cercavo i documenti, la patente... i miei documenti importanti. Col passare del tempo, circa un anno dopo, ho capito come mai quella foto aveva attirato la mia attenzione.
Fin da piccolo volevo diventare un attore. Volevo diventare un sacco di cose! Un pittore, un calciatore, uno stegosauro... Ma la carriera di attore ha avuto la meglio. Fu proprio in quel periodo che capii di avere qualcosa di diverso dagli altri ragazzi della mia classe, anche se era solo una sensazione vaga.
La cosa che mi sembrava di aver “capito” in astratto si è poi chiarita meglio col passare del tempo, dopo un periodo doloroso caratterizzato da sentimenti di disperazione e alienazione, per finire in un climax in cui ho detto due parole ad alta voce: “Sono gay”. Le ho dette prima di tutto a me stesso, per vedere che effetto mi facevano. Mi sono sembrate vere e mi hanno fatto odiare me stesso. Avevo dodici anni. Mi ci sono voluti alcuni anni prima che potessi ripeterle a qualcuno, nel frattempo le ripetevo tra me e me, molte volte, finché mi sono sentito abbastanza sicuro e a mio agio nel pronunciarle, questa volta alla mia famiglia.
Quella sensazione, un misto di sollievo e paura, potrebbe risultare familiare a chi ha vissuto quell’esperienza (a tutti noi capita di dire qualcosa di autentico e, quando lo facciamo, diciamo chi siamo, siamo noi stessi). Per me, e per la mia famiglia, è stata una conversazione preziosa in cui ho avuto la sensazione di aver cominciato ad affermare me stesso, la mia vita e l’inizio di un’idea molto evoluta della mia stessa autenticità.
*Considera che il “coming out” è diverso per ognuno di noi. Puoi sempre fare “coming out” con te stesso. Il coming out come Gay/Bi/Trans/Queer/Te stesso o Quello che sei è innanzitutto un’esperienza personale e privata. Se ti senti pronto e sicuro, allora puoi pensare di condividere con gli altri questa parte di te. Ho capito di essere stato fortunato: sono cresciuto in una famiglia dove il mio orientamento è stato accolto con gioia e tranquillità. Se ti senti pronto per fare coming out, assicurati prima di tutto di poter contare su una rete di supporto. Non vorrei mai incoraggiare nessuno a fare coming out e farlo finire in una situazione pericolosa. A causa dell’odio e del pregiudizio, un numero spropositato di giovani LGBTQ sono senzatetto in America (e nel mondo) dopo esser stati cacciati di casa dalle proprie famiglie e dalle proprie case. In sé e per sé, il coming out è importante, ma al tempo stesso è una cosa per cui non è utile mettersi a rischio.
Più riuscivo a vivere e a esprimere questa verità, meglio mi sentivo. Ma ben presto il rapporto con la mia sessualità è divenuto complicato. A diciannove anni ho iniziato a lavorare a Hollywood. Era un sogno che diventava realtà, quello per cui mi ero impegnato fin da ragazzo. Ma insieme alla travolgente sensazione di eccitazione c’era una sensazione altrettanto travolgente di paura. Avrei “dovuto” dividere me stesso in due, un personaggio pubblico e uno privato. Quello pubblico andava controllato con attenzione, censurato e depurato di qualsiasi cosa potesse rivelare come mi vedevo nel privato.
Ho avuto le mie ragioni, alcune legittime e altre no. Credo che sia necessario distinguere la vita professionale da quella privata.
Dopo che è andato in onda il primo episodio che ho girato per la televisione, ho capito che non ero più uno sconosciuto. Per la prima volta mi hanno fermato per strada, una persona che non conoscevo mi ha chiesto di farci una fotografia, e questo faceva parte del lavoro che avevo accettato con entusiasmo.
La fama, a qualsiasi livello, è una cosa complicata. Al giorno d’oggi, soprattutto con le possibilità offerte dai social media, si sta sempre sotto i riflettori, sul lavoro e con i tuoi fan. In questo modo, il confine tra pubblico e privato si fa indistinto, e ti domandi fino a che punto puoi condividere te stesso, fino a che punto lo devi fare. Rispetto a questa differenziazione tra pubblico e privato, ero dell’opinione che la mia sessualità poteva restare fuori. Nonostante il coming out sia stato molto importante per me, ho voluto credere in un mondo dove la sessualità di una persona fosse irrilevante. Che non fosse “importante”, che fosse una cosa che non era necessario dichiarare o che sarebbe meglio evitare di dire a un estraneo, un nuovo collega, un intervistatore. Anche l’espressione “coming out” mi dava fastidio. Mi dava fastidio perché quel “coming out” richiamava l’attenzione, un’attenzione verso qualcosa che avrei preferito fosse implicita nell’essere umano, un attributo o un aggettivo che indicava solo una parte di me. Non volevo essere definito in base alla mia sessualità. Certo, sono un uomo gay e sono orgoglioso di esserlo, ma non mi identifico né come un uomo gay né come un uomo GAY, e nemmeno come gay e basta. Sono un sacco di cose, tutte queste mie caratteristiche e identità sono altrettanto importanti e mi consentono di avere un’idea di Me in continuo movimento.
Inoltre, pensavo che, per fare l’attore, sarebbe stato meglio essere neutrale: una tela bianca, un camaleonte, un nuovo personaggio da interpretare. Per la maggior parte del tempo sentivo che mi sarei dovuto proporre così agli occhi del casting, dei registi, del pubblico. Avevo paura che, facendo coming out, sarei rimasto confinato in uno schema, in uno stereotipo, e non ero a mio agio rispetto alla mia professione. E nella mia testa mi sono creato una serie di meccanismi mentali per rispettare il più possibile queste convinzioni.
Dopo aver avuto il privilegio di interpretare vari personaggi, gay, etero e altro, ho capito che non è così. Le cose sul lavoro sono cambiate e continueranno a cambiare. Grazie a Dio. Sarò sempre grato a tutte quelle persone coraggiose che me l’hanno fatto capire con i loro coming out, sia quelle che si sono dichiarate, sia quelle che forse non si sono mai “nascoste”.
Dunque, ho visto quella piccola foto su Instagram. Per la verità, è stata la foto a trovare me molto tempo dopo che avevo in mente qualcosa di simile. Avevo un mucchio di idee a riguardo, ma nessuna è mai riuscita a prendere forma. E così ho aspettato che arrivasse il momento giusto, giustificando il silenzio con il fatto che non mi ero mai “nascosto” per davvero. Per quanto potessi, ho provato a vivere come un ragazzo gay nella maniera più autentica possibile, fin da quando mi è stato possibile. Solo una o due volte ho intenzionalmente evitato la domanda il cui sottotesto avrebbe potuto essere “SEI GAY???”. Ho vissuto “fuori dal nascondiglio”, non pensando che fosse necessario dichiararmi. Nella mia vita privata non mi nascondevo ed ero a mio agio. E, per un po’ di tempo, mi è bastato.
Le cose cambiano. Ora ci sono molte cose che mi rendono felice. Ho la sensazione che sempre più persone, soprattutto tra i giovani, si sforzano di creare un mondo sicuro per tutti. Stiamo imparando nuove parole per aiutare gli altri a sentirsi ascoltati quando provano a esprimere “l’alterità” che sentono dentro di sé: parole come cis- e trans-, queer, fluido... Esploriamo le possibilità offerte dai social media, sperimentiamo nuovi modi di comunicare, incoraggiare e ampliare le nostre prospettive. Sono STRAFELICE ogni volta che, al ballo di fine anno, un ragazzo o una ragazza transgender vengono eletti re o reginetta, o quando vedo su Twitter commenti indignati per i maltrattamenti, le crudeltà, le ingiustizie. Ma piango anche per quello che sembra essere un cumulo di rabbia e indignazione morale. Ho un forte desiderio affinché si possa stare al mondo senza problemi, che ognuno di noi possa sentirsi felice e al sicuro, sia come individuo, sia come membro di una comunità. Posso solo sperare che questi conflitti siano produttivi, che la nostra generazione (o le nostre generazioni) sfruttino il presente, la situazione attuale per ottenere dei miglioramenti.
Ma cosa posso fare? Come posso partecipare? L’onestà è probabilmente un passo importante. Ora credo che, omettendo questa parte di me, mi sono reso complice della sofferenza, la paura e la vergogna, aumentando quella che già c’è nel mondo. Con il mio silenzio ho spinto anche te a pensare che un giovane gay o una giovane lesbica non siano adatti alla carriera professionale nel mondo dell’Arte (!). Quindi lo dichiaro in maniera ufficiale: sono gay. Che importanza ha? Da ragazzo avrei avuto bisogno che qualcuno di Hollywood lo dicesse. E, senza girarci tanto intorno, devo a me stesso, più che ad ogni altra cosa, il fatto di essere diventato la persona di cui avrei avuto bisogno quando ero più giovane.
Vi auguro il meglio per voi stessi e i vostri cari per il nuovo anno.
E fatemi dire anche che mio fratello gemello è etero, e anche lui è ok.
Con affetto,
C

(“Be who you needed when you were younger”, 11 gennaio 2016 / traduzione in italiano di Nicola Nardelli / CC BY SA 4.0 / testo originale in inglese: https://www.instagram.com/p/BAakXzjLRjn)
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