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Luigi Manglaviti
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Saggista, romanziere, designer. E pubblicitario per vivere
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Prima di tutto vennero a prendere la DC, e fui contento, perché avevano addormentato il Paese nel malaffare. Poi vennero a prendere Craxi e i Socialisti, e stetti zitto, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere Romano Prodi e l’Ulivo, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi, ’sti finti comunisti. Poi vennero a prendere Berlusconi, e io non dissi niente, perché non ero di destra né liberista. Quindi vennero a prendere i Grillini, e io sorrisi, perché mi stavano antipatici e li ritenevo pericolosi imbecilli. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.

— Bartolo Niemöller Brecht
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LETTERA SEMIAPERTA A EUGENIO SCALFARI

Il signor Eugenio Scalfari, a corto di idee nei campi di cui si occupa di solito, qualche giorno fa ha scritto sull’Espresso una breve dissertazione contro gli atei intitolata “Atei militanti ecco perché sbagliate”.

Egli divide, come fanno in tantissimi, il mondo in due categorie: Credenti e Atei.

Il signor Scalfari disserta: «L’ateo è una persona che non crede in nessuna divinità, nessun creatore, nessuna potenza spirituale. Dopo la morte, per l’ateo, non c’è che il nulla. Da questo punto di vista sono assolutisti, in un certo senso si potrebbero definire clericali perché la loro verità la proclamano assoluta».
E ancora: «Il loro ateismo proclamato vuole soddisfazione, perciò non lo predicano con elegante pacatezza ma lo mettono in discussione partendo all’attacco contro chi crede in un qualunque aldilà, lo insultano, lo vilipendono, lo combattono intellettualmente […] i loro modi sono provocatori, rissosi e calunniosi».

Per ribattere all’ovvietà che qualcuno potrebbe contestargli, ovvero i milioni di morti che i “credenti” hanno provocato e provocano da quando esiste il “credere” codificato nei testi religiosi, il signor Scalfari bontà sua salmodia così:
«Nel caso della nostra storia millenaria il mondo è stato spesso insanguinato da guerre di religione. Quasi sempre dietro il motivo religioso c’erano anche altri e più corposi interessi, politici, economici e sociali, ma la motivazione religiosa era comunque la bandiera di quelle guerre, che furono molte e insanguinarono il mondo».
Della serie, scarico la responsabilità dei morti (a milioni, a decine di milioni) sugli interessi economici. Deresponsabilizzando in questo modo chi di responsabilità ne ha invece di grosse. Come, per fare un solo esempio (ma ce ne sono centinaia), nel massacro di Béziers, durante la terribile Crociata contro gli Albigesi della Francia meridionale e contro il conte di Tolosa sospetto di esserne il protettore: quando nel 1208 le orde selvagge assoldate dalla Chiesa Cattolica espugnarono Béziers e si diedero a un massacro che non risparmiava né età né sesso, molti degli infelici abitanti protestarono angosciosamente di non appartenere alle sette Catare ma di esser fedeli alla Chiesa. I soldati si rivolsero allora all’abate Arnaud Amaury di Citeaux, il legato del Papa che capitanava la crociata, chiedendo cosa dovessero fare, giacché essi non erano in grado di accertare chi fosse realmente fedele alla Chiesa. L’abate candidamente rispose: «Uccideteli tutti; Dio sceglierà i suoi». Ventimila vittime. Fu bruciata perfino una cattedrale con dentro donne, vecchi e bambini che colà avevano cercato scampo.
E poi i modi «provocatori, rissosi e calunniosi» sarebbero quelli degli atei…!

Ma bontà sua il signor Scalfari, forse per evitare di essere tacciato di manicheismo, o nero o bianco, ci concede una terza categoria: i “non-credenti”.

«Infine c’è una terza posizione, anch’essa minoritaria [sic!] come gli atei, ma profondamente diversa: i non credenti. Non credono a una divinità trascendente, per quanto riguarda l’aldilà suppongono l’esistenza di un Essere e qui si entra in un’ipotesi affascinante che può assumere le forme più diverse. Per alcuni l’Essere è la forma iniziale dell’Esistere, per altri è l’Esistere che dorme, in perenne gestazione; per altri ancora è il caos primigenio, al quale l’energia delle forme torna dopo la morte d’una forma qualsiasi e dal quale forme nuove sorgono continuamente, con loro leggi e loro vitalità energetica».

Ossia, in sostanza, una cosa a metà fra Buddhisti e Induisti.
La confusione del signor Scalfari raggiunge vette sublimi. Specie quando per uscire dal pantano in cui lui stesso si è infilato cita Eraclito e Parmenide. Fottendosene alla grande di tre millenni di pensiero filosofico intercorso da allora.

Nessuna parola, invece, sui testi dei “credenti”.
Ossia quelle cose cui gli Atei e i Non-Credenti fanno semplicemente a meno. Riconoscendole per quello che sono: letteratura. Di un genere molto particolare, ma sempre letteratura. Uomini che hanno scritto per altri uomini, spacciando i loro scritti per Teografia (scrittura di dio, o almeno “ispirata da dio”). Non entro nel merito degli obiettivi che una simile letteratura si pone: l’ho fatto in misura abbondante in molti libri che ho scritto.
MA NON POSSO ACCETTARE A CUOR LEGGERO DI ESSERE INQUADRATO IN UNA DELLE “CATEGORIE” DEL SUPERFICIALISSIMO SIGNOR SCALFARI. Il quale da ex-comunista mangiapreti ora è evidentemente diventato anche ex-laico. E si schiera apertamente nella “categoria” dei baciapile: forse perché è ormai in quel punto della vita — la vecchiaia inoltrata — in cui si ha terrore della morte incipiente.

Personalmente, ho affrontato di petto quasi per una vita intera l’argomento “dio”. E l’ho fatto con grosso sacrificio personale. Sui testi. Il solo “Gesù storico” mi ha preso 15 anni.
Caro signor Scalfari, la ricerca che ho fatto riguarda la Storia: e sugli schermi radar della Storia, ossia di “ciò che è accaduto veramente”, il puntino del signor Yeshu’a bar Yosef — ma anche di tutte le altre divinità, dei monoteismi o meno — non è mai apparso. Non solo: è assolutamente improponibile persino una figura come la sua — un predicatore di pace — in QUEL contesto e a QUEL tempo (la Palestina fra il 6 e il 66 d.C.: una ininterrotta polveriera di tumulti piena di aspiranti al trono di Israele, che uno dopo l’altro finiscono o crocifissi o lapidati).
Ho capito da molto tempo che per esempio gli ‘effetti speciali’ del Nuovo Testamento sono leggende scritte per persone di duemila anni fa e che oggi, in epoca di biologia molecolare/internet/fisica quantistica, fanno sinceramente tenerezza: come fai a propinare la storia di uno che cammina sull’acqua o moltiplica i pani o resuscita dai morti, a ragazze e ragazzi che ormai a scuola studiano il DNA, i quark, i buchi neri, l’evoluzione darwiniana dalle scimmie? Da qui la caduta verticale delle “vocazioni”. Tanto che ormai perfino i preti nelle parrocchie, quando qualcuno chiede lumi sui miracoli di Gesù o sugli Apostoli che toccati dallo Spirito Santo si mettono a parlare cento lingue, scrollano le spalle e rispondono: «quelle erano metafore, guardate la sostanza del messaggio».
Ciò nonostante mi sono ostinato a cercare un personaggio effettivamente esistito (e senza ‘superpoteri’), dietro le storie narrate nei vangeli. E pur non essendoci stato verso di trovare neanche uno straccio di indizio — al contrario, ci sono solo indizi nell’altro senso: la vicenda non è mai accaduta, ed è inventato anche il contesto —, alla fine a un personaggio storico effettivamente esistito sono arrivato comunque. Lei può dire anche solo lontanamente altrettanto?

La sua suddivisione del mondo è quindi ingenerosa e peraltro presuntuosa. Lei ricerche non ne ha mai fatte. E si vede.
Ora, sappia che la Fede è qualcosa di diverso dalla Storia.
La Fede non ha bisogno di “prove”: tu ci credi e basta. Ma mi (e le) chiedo, signor Scalfari: se una cosa non è mai accaduta, quale senso può avere metterla in cima alla nostra visione della vita?
Anche Zeus, Mercurio, Odino, Thor, etc. non sono mai “accaduti”. Anche Topolino, Batman, Nero Wolfe, Sherlock Holmes, Renzo e Lucia, il viaggio di Dante al Purgatorio e all’Inferno, non sono mai “accaduti”.
Il “messaggio cristiano”, per citare qui solo la religione più vicina alla nostra comune esperienza (l’Islam è meglio lasciarlo perdere: in quella materia lì a discuterne si rischia la vita…) è bellissimo: «ama il tuo nemico» è qualcosa di irresistibile, e socialmente utile. Ma al di là di come è stato sfruttato in 20 secoli (facendo milioni di morti), quale preminenza può avere, se nessun uomo realmente vissuto lo disse mai?

Lei mi potrebbe rispondere:
«Non posso fare a meno di pensare che nei secoli altri, e non tutti stupidi o visionari, hanno affermato cose molto diverse dalle sue, signor Manglaviti. Accetto quindi il suo punto di vista con rispetto, ma solo come uno dei tanti con cui confrontarsi».

Io allora le direi:
«Esimio signor Scalfari, io non pretendo di essere il detentore della verità. La questione degli studi su Gesù è molto complessa (carenza di manoscritti, stratificazione di interpolazioni al testo, etc.), e non può certo essere spiegata in un post di Facebook; ma un fatto cruciale va rilevato: gli studi “storici” non hanno neanche 50 anni di vita, quelli “non-cattolici” sono cominciati soltanto a fine Ottocento (ma la stessa Archeologia come disciplina è cominciata nella stessa epoca), tutti quelli precedenti — i quali, badi bene, furono solo cristiani — davano ovviamente per scontato che “Yeshua” fosse effettivamente esistito.
Non è dunque un problema di essere stupidi o visionari: più semplicemente, si stanno studiando seriamente i fatti soltanto da mezzo secolo».

Quand’ero bambino mi chiedevo: «Gesù faceva la cacca? Gli piacevano le ragazze? Perché il Cristo dei Vangeli è così serio e non ride mai? È “colpa degli uomini”, quindi anche mia?». I bambini pongono domande semplici e a corto raggio. Finché non diventano adulti.
Sono un ex-bambino che non ha mai perso l’abitudine ai perché. Vengo da una terra che si dice “cristiana”, nella quale però il Culto della Dea Madre è ancora fortissimo: non è più Cibele o Iside — da qualche secolo si chiama “Maria Vergine madre del Signore” —, ma la sostanza è la stessa, e l’adorazione si esprime attraverso santuari, processioni di statue, preghiere, “visioni”. E toponimi. Niente al Sud d’Italia è più forte del bisogno di credere in una Dea, nemmeno la Ndrangheta — la quale difatti crede più degli altri —. La mia è una terra così credente da aver fatto paradossalmente suo perfino un mito celtico, la Fata Morgana.
In realtà non c’è da sorprendersi: lo stesso concetto di monoteismo, almeno nel caso cristiano, è sbagliato: a parte la Trinità, a smentirne l’unitarietà divina sono la Vergine — residuo immarcescibile del suddetto mito della Dea Madre — e, soprattutto, i numerosi “santi”, uno (e più) per ogni giorno dell’anno: i vari San Giovanni, Santa Chiara, San Michele, San Gennaro, hanno preso il posto di Giunone, Mercurio, Era, Marte, Diana, Artemide, ma ne hanno mantenuto la funzione propiziatoria e/o protettrice (ogni istanza della società, dai vigili del fuoco ai minatori, dai sindacalisti ai ciabattini, ha un proprio “santo protettore”). È pura ipocrisia non ammetterlo: il mondo cattolico è un cosmo ancora integralmente pagano.

A che serve, dunque, dividere il mondo in due/tre categorie, quando già solo nell’universo della religione cristiana non si capisce che cosa significhi “credere”?

La prego quindi di tornare a occuparsi di politica. Che certe altre materie non sono il suo campo e del suo disinformato parere non si sente proprio il bisogno. Anzi, finché ci sarà gente come lei che continuerà a proporre la sterile (e pericolosa) contrapposizione “dio vs non-dio”, “credenti vs non-credenti”, insomma lo stucchevole dibattito religioso, non saremo mai liberi di affrontare con onestà morale la stimolantissima sfida intellettuale su cosa siano veramente «la vita, l’universo e tutto quanto». («E grazie di tutta la carta per il pesce» che sono i suoi articoli.)
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Ogni tanto torna. La minchiata tutta italiana del “tassiamo i big della Rete”.
È spuntata di nuovo fuori al Lingotto: e sorprende che uno come Renzi, peraltro reduce da un viaggio nella Silicon Valley giusto 15 giorni fa, abbia lasciato fare.

Chissà, per i politics de noantri “la Rete” forse significa Grillo e i Cinquestelle, e quindi magari questo generico refrain della web-tax per loro vuol dire colpire i grillini, e la Casaleggio Associati. Nella loro mente bacata di poltronari inamovibili, “tassare Google” e “tassare Facebook” vuol dire fermare o quantomeno ostacolare in qualche modo il sorpasso che M5s sta effettuando in questi giorni. Rispondono cioè al populismo con un populismo ancora peggiore perché cretino e miope.

Così, per l’ennesima volta, ripubblico questo blogpost di 3 anni-e-passa fa, l’ultima volta che questa PUTTANATA del “tassiamo internet” è venuta fuori. Spiegando con fatti e argomenti perché sia una PUTTANATA, se la fa l’Italia da sola.
E non dovrebbe essere difficile da capire, eh, per gente che governa un Paese come questo.

(Il post è lunghetto. Per chi ha da fare, in sintesi: mettere una “web-tax” SOLO IN ITALIA equivale a far fuggire Google, Amazon, Apple e tutti gli altri giganti dall’Italia; l’iniziativa di far pagare loro le tasse è giusta, ma solo se fatta da tutta la UE.)

http://www.rainkids.it/wp/2013/12/17/il-malleus-maleficarum-della-rete-scritto-in-una-settimana/
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Due prove del fatto che i social network fanno diventare ottusi? Eccole.
Il navigatore dei social (se non ormai del web intero) si barrica dietro le sue credenze e convinzioni e, come in un guscio ermetico, non riesce a venire a conoscenza di altre opinioni.

1ª PROVA: LA DIFFUSIONE DELLE FAKE NEWS.
La ragione principale della diffusione di notizie false (fake news) attraverso i social network non sarebbe il mancato controllo delle fonti ma la tendenza degli utenti a raggrupparsi in comunità relativamente separate le quali privilegiano fonti d’informazione che confermano le loro convinzioni, evitando il confronto con punti di vista differenti.

Il principale fattore di diffusione della disinformazione sul Web è la tendenza degli utenti a concentrare l’attenzione su specifici contenuti che li porta a raggrupparsi in comunità e cadere nel cosiddetto “bias” (pregiudizio) della conferma.
Questo fenomeno di esposizione selettiva alle informazioni influisce sulla diffusione della disinformazione ancor più del mancato controllo dell’affidabilità delle fonti, secondo uno studio condotto da un gruppo di ricercatori diretto da Walter Quattrociocchi dell’IMT Alti Studi di Lucca, che firmano un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”:
http://www.pnas.org/content/early/2017/02/28/1617052114

Il web ha cambiato il modo in cui le persone si informano, interagiscono, filtrano le informazioni e formano le proprie opinioni, un cambiamento accompagnato dalla diffusione su larga scala di notizie false e non confermate, tanto che aziende come Google e Facebook stanno studiando possibili soluzioni al problema. Google, per esempio, ha pensato di segnalare con evidenza le notizie provenienti da fonti controllate, e di penalizzare i siti che forniscono notizie false; altri hanno proposto di creare “liste nere” di fonti che dovrebbero provvedere automaticamente a frenarne la diffusione.
Tuttavia, linee d’intervento di questo tipo si scontrano con una difficoltà fondamentale: molto spesso, e in particolare quando si ha a che fare con questioni di rilevanza sociale, è difficile separare i fatti dalle loro narrazioni contrastanti.

Quattrociocchi e colleghi hanno esaminato le interazioni di 376 milioni di utenti di Facebook con tutte le notizie in lingua inglese elencate nello European Media Monitor — l’osservatorio sulla diffusione delle notizie creato dalla Commissione europea — nell’arco di sei anni, dal gennaio 2010 al dicembre 2015.
I ricercatori si sono concentrati in particolare su come sono state fruite le notizie in questo social network: quali fonti sono state privilegiate, quali “like” sono stati messi, come e da chi sono state riprese le notizie, arrivando così a costruire una mappa della diffusione delle informazioni.
L’analisi di questi dati ha mostrato che gli utenti si raggruppano in comunità piuttosto ben definite e isolate, che fanno riferimento alle specifiche fonti di informazione con cui interagiscono, delineando un modello di fruizione delle notizie che è guidato dal pregiudizio della conferma.

2ª PROVA: È UN ALGORITMO A CAUSARE LA “CHIUSURA MENTALE”.
Il meccanismo digitale perverso per cui l’utente finisce per essere circondato dall’eco assordante delle proprie convinzioni, creando idealmente un proprio “giornale” in cui non si apre mai ad altri punti di vista, è stato dimostrato quasi 3 anni fa con un esperimento. Il mio articolo completo segue qui:
http://www.rainkids.it/wp/2014/09/19/come-gli-algoritmi-stanno-rovinando-la-grande-esperienza-social/
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Formati: ePub Pagine: circa 200 digitali Dimensioni file: 668 k (epub .zip) Editore: Rainkids Lingua: Italiano ISBN: 9788865018156
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Formati: ePub Pagine: circa 1260 digitali Dimensioni file: 1,5 Mb (epub .zip) Editore: nessuno Lingua: Italiano ISBN: -
Don Chisciotte
Don Chisciotte
ebookland.it
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