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Lello Voce
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PoEtS Go HOmE!
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#poesia #festivaldemedellin @iblogdelfatto @ilfattoquotidiano

«Il Festival di Medellin è la testimonianza della dignità della Colombia. Tagliare i fondi al Festival è come decidere di fare a meno della propria dignità. Svenderla per un piatto di lenticchie. Non fatelo, non potremmo perdonarvi e ne terremmo, per sempre, memoria.

Siamo poeti, esseri inutili e fragilissimi, ma conosciamo gli algoritmi ancestrali della memoria.»

Stanno provando ad uccidere il Festival di poesia più bello del mondo. Non staremo a guardare!
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#poesia I blog del Fatto Quotidiano
@ilfattoblog
«In entrambi i casi parliamo di eventi completamente autofinanziati, sostanzialmente senza alcun appoggio o attenzione da parte delle istituzioni, basati sul volontariato di chi li organizza e di chi partecipa. Sono realtà che fanno supplenza, laddove chi dovrebbe agire latita e magari se ne fa vanto.

Se ne parlo, ovviamente, non è perché io e chi li organizza siamo felici di tutto ciò, o per intonare l’ennesimo peana del volontariato e/o dell’indie. Fieri sì, certamente, ma felici no. Se ne scrivo è perché sarebbe ora che le istituzioni locali, nazionali, europee ricominciassero a investirci e dessero loro gli strumenti indispensabili per svilupparsi e crescere. Non è vero che i soldi non ci sono: più semplicemente si preferisce sprecarli altrove. Perché conviene, ça va sans dire…»
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Che poco, molto poco, sia come prima in poesia ormai pare chiaro a molti, se non a tutti.
C’è chi depreca, chi stigmatizza, chi s’entusiasma, chi s’arrovella e si domanda.
C’è chi si inventa formule ed etichette, nella speranza che gli preservino la sudata nicchia.

Ma che si sia a punto di svolta, pare ormai innegabile.

C’è poi chi immagina che codesto salto nel dopo (il Moderno, il Post-moderno, l’Iper-moderno, o semplicemente il domani che si fa presente e corre via veloce) sia sostanzialmente un semplice mutamento di forme, che, nel caso della poesia, sarebbero comunque tutte integralmente letterarie. Chi, rifacendo il verso a Gleize, immagina che ci sia oggi, la poesia (la lirica, solo quella, e niente più, ovviamente, idealisticamente) e la post-poesia (tutto il mondo di parole e suoni e segni che rimane fuori dal recinto lirico), non soltanto ha la memoria corta (bastasse mettere un post per comprendere la realtà, allora il vocabolario della realtà sarebbe fatto soltanto di composti di post: e magari), ma ripropone vecchie dicotomie (crociane?), tutte interne alla letteratura.

A mio avviso, il salto di paradigma è ben altro e di ben più vasta portata, è un salto ‘mediale’, non semplicemente di genere letterario: è il salto oltre la letteratura, quello che ridà alla poesia la sua identità perduta. Il salto nell’oralità.
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Il fiore selvaggio di Lello Voce
Il fiore selvaggio di Lello Voce
slamcontempoetry.wordpress.com
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Lo Slam arriva a Palazzo Grassi. Ne parlo sul FattoQuotidiano.it
«Lo Slam continua a ricordarci che ogni poetica è un guanto di sfida lanciato non solo alle altre poetiche, ma sin alla poesia stessa; che lo spazio poetico non è un luogo irenico e pacificato, ma un nodo di contraddizioni e agonismo, in cui ciascuno si confronta, dialoga e si scontra con l’altro da sé. Mentre, invece, sempre più sento e leggo di un supposto criterio di ‘qualità’ che metterebbe d’accordo diavolo e acqua santa. (...). Ma il problema, imho, non è che questo o quello scrivano ‘belle’ poesie, ma che quelle poesie siano necessarie, indispensabili, che aprano nuovi orizzonti all’immaginario, che escogitino, e magari realizzino, nuove forme artistiche e comunicative. (...). L’uso della lingua è sempre politico e che qualcuno scriva oggi declinando modelli d’inizio Novecento ne fa solo un epigone di buona qualità, o un qualificato manierista.»
ATTENZIONE /WARNING: POST ASSERTIVO!
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La lingua ribolle, i media la riscaldano sempre più, le carte in tavola (i fogli dei brogliacci, le lingue e i codici dei sistemi) si mescolano e rimescolano continuamente. E così, volenti o nolenti, si torna a parlare di poesia di ricerca. Già, ma cos’è la poesia di ricerca? C’è chi ritiene che si riferisca – necessariamente – a coloro che proseguono, con maggiore o minore autonomia e originalità, lungo il sentiero tracciato da avanguardie e neo-avanguardie, come Paolo Giovannetti.

Altri, come Guido Mazzoni, la pensano in modo opposto: dopo aver proposto una divisione tra “lirica” e “post-poesia” (tutto quanto lirica non è, e che, a star all’etichetta, non è neanche poesia, un po’ crocianamente), egli sostiene che la “poesia di ricerca” sia ogni operazione che “reinventa” un determinato stile, comprendendo così anche autori come Carlo Bordini, o addirittura Mario Benedetti.

A mio modesto avviso, forse è possibile immaginare anche qualcosa di diverso. E cioè che sia “poesia di ricerca” tutta quella poesia che va oltre la poesia, che cerca altrove, fuori dai suoi confini linguistici, letterari e di genere, che si contamina con altre arti, ma anche con altri saperi, con altri generi (la scienza, come la musica, la bio-neurologia, come la video-arte, ecc.), una definizione che potrebbe efficacemente definire operazioni come quelle di Emilio Villa, Edoardo Cacciatore, Francesco Leonetti, Luigi Di Ruscio, Giuliano Mesa, Corrado Costa, o Andrea Zanzotto.
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