71 * “The Eagle Huntress” (Otto Bell, UK-Mongolia, 2015) * con Aisholpan Nurgaiv, Daisy Ridley, Rys Nurgaiv
Ultimo film della serie Women in Film al museo d'arte di Honolulu. Dopo l'IRAN di Sonita ci spostiamo ancora più a est (e un poco a nord) per deliziarci con gli immensi panorami mongoli, steppe e deserti, per lo più pietrosi, frequentati solo da pochi nomadi. Questo "The Eagle Huntress" (“La falconièra”? Esiste il femminile di falconière? lett. sarebbe “La cacciatrice con l’aquila” ma i PESSIMI ideatori di titoli italiani l’hanno trasformato in “La principessa e l’aquila”!?!?) è un po’ più documentario rispetto a “Sonita” ma i due hanno in comune il fatto che la protagonista è di nuovo una giovane ragazza che si distingue in un campo molto inconsueto, anche in questo caso tradizionalmente riservato agli uomini, per di più adulti. Ma stavolta i contrasti si limitano allo scetticismo degli anziani cacciatori che nutrono dubbi in merito alle sue vere capacità e possibilità, e non vanno oltre i commenti “maschilisti” tipo “le donne devono restare a cucinare, accudire i figli e mungere le capre”. Le carrellate dei loro volti mentre sono intervistati prima e dopo il Festival sono uno spettacolo e c’è non poca ironia nel modo nel quale sono presentati da Otto Bell.
Oltre a godere della bellezza dei panorami è interessante seguire l’addestramento dell’aquilotto (preso dal nido dalla stessa Aisholpan) e della ragazza, nonché la crescita del loro rapporto. Guardate le foto per rendervi conto delle dimensioni di quell’Aquila Reale, quasi 7 kg di peso e oltre 2 metri di apertura alare) e l’assoluta tranquillità della “cacciatrice” che la regge..
Il film è stato girato interamente in Mongolia con il supporto finanziario e tecnico di produttori inglesi e, al di là di quanto possa essere o meno rigorosamente fedele alla vera storia, le riprese sono pressoché impeccabili con ovvio generoso uso di droni e “gopro” (sull’aquila) e le immagini sono oltremodo affascinanti. L’ambientazione, i volti degli anziani ammantati in enormi pellicce e con copricapo decorati, le tipiche guance rosse delle paffute ragazzine, le scene di vita quotidiana, i costumi tradizionali sono tutti ben miscelati e certamente il film non “pesa” quanto potrebbe un documentario di un’ora e mezza.
In attesa che arrivi nelle sale a quelli a cui interessano film di ambientazione simile suggerisco: Dersu Uzala (Akira Kurosawa, 1975, Oscar), Urga (Nikita Mikhalkov, 1991, Nomination Oscar), Mongol (Sergei Bodrov, 2007, Nomination Oscar), Il matrimonio di Tuya (Quan'an Wang, 2007) e, infine, La storia del cammello che piange (Byambasuren Davaa e Luigi Falorni, 2003, Nomination Oscar).
IMDb 7,6 RT 93% Nomination BAFTA #cinema #film
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20/02/17
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