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Fabrizio Callarà
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Fabrizio Callarà

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AEC parteciperà al convegno “Verso la riforma della responsabilità sanitaria: aspetti civilistici e assicurativi” organizzato da AIDA (Associazione Internazionale di Diritto delle Assicurazioni) – Sezione Calabria, a Crotone il prossimo 6 Maggio.

Il Convegno, che si svolgerà presso la Sala Consiliare del Comune di Crotone, vedrà la partecipazione di Fabrizio Petrachi, Responsabile dell’Ufficio MedMal di AEC Wholesale Group, insieme ad un parterre di eccezione fra cui:

Salvatore Iannotta (Pres. Congilio dell’Ordine degli Avvocati di Crotone)
Prof. Avv. Pierpaolo Marano (Università Cattolica del Sacro Cuore e Presidente AIDA Calabria)
Prof. Avv. Giulio Ponzanelli (Università Cattolica del Sacro Cuore)
Avv. Paolo Primerano (V Presidente AIDA Calabria)
Il convegno è valido ai fini della formazione continua degli Avvocati.

Per info:

SEGRETERIA AIDA CALABRIA
b.farsaci@alice.it
388 2901300

locandina primerano
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AEC Underwriting Agenzia di Assicurazione e Riassicurazione SpA è l'Agenzia di Sottoscrizione indipendente dedicata ai Rischi specialistici, leader nelle soluzioni assicurative della Responsabilità Civile, Amministrativa e Professionale di Professionisti, Aziende ed Enti Pubblici.
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Un grande esodo di cervelli verso il Nord. Che inizia all’università e continua poi quando si cerca un posto di lavoro. E così il Meridione riununcia a oltre un quarto del suo capitale umano a favore del Nord. Perdendo di fatto un pezzo del suo futuro. Ma come biasimare i giovani meridionali? Chi si laurea al Nord trova lavoro prima (dopo un anno il 74% contro il 53%) e guadagna come primo stipendio oltre 200 euro in più. La nuova impietosa istantanea di un Paese a due velocità anche sul fronte della formazione arriva sempre dall’ultimo rapporto di Almalaurea presentato a Napoli. Che conferma anche la fuga complessiva dall’università: dal 2003 al 2015 gli atenei hanno perso quasi 70mila matricole (-20%). E anche qui il divario è abissale: al Sud la contrazione è del 30% al Nord è solo del 3 per cento.

La mobilità degli studenti
Quest’anno il consorzio che riunisce 73 atenei e monitora oltre570mila laureati ha deciso di focalizzarsi oltre che su profilo dei laureati e i loro sbocchi occupazionali anche sui divari territoriali cominciando dalla mobilità degli studenti. Mobilità che è molto bassa al Nord dove, su cento laureati, solo due cambiano ripartizione territoriale e cresce al Centro, dove la quota di chi migra per studiare è pari all’8 per cento. Al Sud neanche a dirlo, sale ulteriormente: il 20% decide di fare la valigia per studiare in un ateneo del Nord. E non finisce qui, perché la mobilità territoriale nel passaggio dall’università al mercato del lavoro è più frequente rispetto alla mobilità per motivi di studio. Perché, come ricorda il rapporto di Almalaurea, «mobilità richiama mobilità».

Le altre differenze
L’esodo verso il Nord continua anche dopo la laurea. Ecco cosa accade a cinque anni dal conseguimento del titolo: su cento laureati residenti al Nord, 7 se ne vanno per lavorare, prevalentemente all’estero; dal Centro, a spostarsi sono il 13% dei laureati, prevalentemente al Nord; il Sud perde oltre un quarto del suo capitale umano: il 26 per cento. Anche a livello di sbocchi sul lavoro tra i laureati magistrali indagati a uno e a cinque anni dal titolo, il divario territoriale resta elevato e sempre a favore del Nord. A un anno dal titolo è occupato il 74% dei laureati residenti al Nord e il 53% di quelli meridionali. Il tasso di disoccupazione è pari al 17% tra i colleghi del Nord e sale al 36% tra quelli del Sud. Elevate anche le differenze retributive: al Nord il primo stipendio medio è di 1.290 euro mensili netti rispetto ai 1.088 euro dei colleghi del Mezzogiorno. A cinque anni dal conseguimento del titolo le differenze territoriali tra Nord e Sud del Paese si riducono apprezzabilmente, ma restano sempre a favore del Settentrione. Tra i laureati magistrali il differenziale occupazionale Nord-Sud scende a 15 punti percentuali. Lavorano 89 laureati su cento residenti al Nord, mentre al Sud l’occupazione coinvolge il 74% dei laureati. Tra uno e cinque anni, scende anche il differenziale del tasso di disoccupazione che si attesta su 12 punti percentuali: è pari al 6% al Nord e al 18% al Sud. Migliorano anche le retribuzioni: al Nord si attestano a 1.480 euro mensili netti, mentre al Sud arrivano a 1.242 euro.
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Analisi del carattere giuridico e del grado di cogenza e di tutti gli atti richiesti all'Autorità: dalle linee guida di attuazione del codice ai provvedimenti più di dettaglio come i bandi-tipo

La valutazione in merito al grado di vincolatività degli atti emanati dall'Anac va operata in maniera distinta in relazione alle diverse tipologie degli stessi.

Le linee guida "generali" sostitutive del regolamento
Il potere dell'Anac di emanare le linee guida sostitutive delle norme regolamentari oggi contenute nel Dpr 207/2010 trova il suo fondamento direttamente in una specifica previsione della legge delega, ribadito (anche se in modo un po più attenuato) dall'articolo 214, comma 12 del Dls 50/2016. In particolare, l'articolo 1, comma 5 della legge delega stabilisce che tali linee guida siano proposte dall'Anac, sottoposte al parere delle competenti Commissioni parlamentari e infine approvate con Decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

Si tratta di quella che – impropriamente - è stata definita come "soft regulation", il cui obiettivo fondamentale dovrebbe essere quello di creare un apparato regolatorio di attuazione della normativa primaria caratterizzato da un elevato grado di snellezza e soprattutto flessibilità, modificabile più agevolmente per consentire un rapido adeguamento delle regole di applicazione delle norme primarie alle mutevoli esigenze che nascono dalla realtà operativa.

Rispetto a questo obiettivo si pone tuttavia un tema relativo alle modalità che sono state individuate per veicolare nell'ordinamento le linee guida dell'Anac. Tali modalità, come visto, trovano espressione in un decreto ministeriale che deve approvare le proposte formulate dall'Anac.

Occorre quindi interrogarsi sulla natura di tale decreto ministeriale. La questione è se tale decreto debba essere considerato come un atto amministrativo a carattere generale o un vero e proprio atto normativo regolamentare. La soluzione di tale questione ha rilevanti effetti sotto molteplici profili, primo fra tutti quello relativo all'iter da seguire per la relativa promulgazione. Infatti, se il decreto ministeriale ha natura regolamentare esso deve essere adottato previo parere del Consiglio di Stato e sottoposto al visto e alla registrazione della Corte dei Conti.

Il Consiglio di Stato, nel Parere del 21 marzo 2016, ha fornito un'indicazione molto netta al riguardo. Il massimo organo consultivo ha infatti ritenuto che il decreto ministeriale in questione – e le linee guida che esso recepisce – abbia una chiara efficacia innovativa nell'ordinamento, cui si accompagna il carattere generale e astratto delle norme in esso contenute. Di conseguenza esso deve essere considerato un regolamento ministeriale a carattere normativo.

Da ciò discende in primo luogo la necessità di seguire per la sua emanazione l'iter procedurale previsto dall'articolo 17, comma 3 della legge 400/88. In sostanza le linee guida predisposte dall'Anac hanno necessità, prima di essere emanate e diventare quindi cogenti, di seguire l'iter previsto per i decreti ministeriali di natura regolamentare (parere preventivo del Consiglio di Stato e registrazione e visto della Corte dei Conti, cui nel caso di specie si deve aggiungere il parere preventivo delle Commissioni parlamentari competenti).
Questa conclusione appare del tutto condivisibile, in linea con l'orientamento consolidato della giurisprudenza della Cassazione e del Consiglio di Stato secondo cui la natura normativa – e non meramente amministrativa - di un regolamento dipende dal contenuto sostanziale dello stesso: se tale contenuto si traduce nella regolazione generale, astratta e integrativa della fattispecie disciplinata dalla norma primaria l'atto è certamente di natura normativa.

Va tuttavia evidenziato che l'effetto di flessibilità del sistema che presumibilmente si intendeva conseguire esce fortemente ridimensionato. Infatti, il procedimento di emanazione di un decreto ministeriale avente natura regolamentare non è molto diverso da quello che presiede all'emanazione di un Dpr, che era appunto lo strumento che veicolava il regolamento attuativo del D.lgs. 163/2006 e che la legge delega ha voluto espressamente sopprimere. Cosicché sembra delinearsi una situazione in cui la novità introdotta rischia di tradursi più in un fatto nominalistico che in un profondo mutamento delle modalità di regolazione secondaria della materia dei contratti pubblici.

Naturalmente la natura regolamentare del decreto ministeriale in questione comporta che esso assurge a fonte normativa, come tale dotata di un immediato effetto cogente.

Le altre linee guida
Discorso diverso deve essere fatto per le altre linee guida emanate dall'Anac, distinte da quelle a carattere generale sostitutive del regolamento di cui al Dpr 207. In più punti del Dlgs 50/2016 è infatti previsto che l'Autorità intervenga su specifiche materie con apposite linee guida.

In particolare, l'emanazione di linee guida è prevista per:
Ol'individuazione delle modalità di svolgimento delle procedure per l'affidamento dei contratti sottosoglia (articolo 36, comma 7);
Ol'individuazione dei mezzi di prova da considerare adeguati ai fini della dimostrazione dell'insussistenza delle cause di esclusione relative all'affidabilità dei concorrenti (articolo 80, comma 13);
Ola gestione e il funzionamento del sistema di qualificazione degli esecutori dei lavori (articoli 83 e 84);
Ola definizione delle modalità di partecipazione alle gare e di esecuzione dei lavori da parte delle imprese sottoposte a fallimento con esercizio provvisorio o a concordato con continuità aziendale (articolo 110, comma 5);
Ol'individuazione delle modalità ai fini della verifica del rispetto del linite dell'80% per l'affidamento dei lavori a soggetti esterni al gruppo di appartenenza dei concessionari (articolo 177, comma 3);
Ola determinazione delle classifiche di qualificazione e l'individuazione degli ulteriori requisiti di qualificazione dei contraenti generali (articolo 197, comma 3).

Per queste linee guida si pone il tema di stabilire se e in che misura si debbano ritenere dotate di efficacia vincolante. Anche in questo caso il dubbio deriva dal fatto che, almeno in alcune delle ipotesi sopra elencate, un'Autorità amministrava quale l'Anac viene a incidere sull'autonomia degli enti appaltanti, costituzionalmente garantita.

Sul punto il Consiglio di Stato, con il Parere del 21 marzo 2016 più volte richiamato, si è espresso nel senso che a tali linee guida deve essere attribuita la natura di atti amministrativi generali. Nel contempo, in virtù dei caratteri di Autorità amministrativa indipendente propri dell'Anac, gli stessi si connotano come atti di regolazione.

Da ciò deriva la loro forza vincolante erga omnes, che è appunto tipica di tutti gli atti di regolazione. Nel contempo, tale qualificazione implica che la loro emanazione sia accompagnata da una serie di garanzie procedimentali, che erano state indicate nel citato Parere del Consiglio di Stato e che il decreto di riforma ha riprodotto all'articolo 231, comma 2.


Tali garanzie sono così riassumibili:
Oobbligo di sottoporre gli atti di regolazione a una preventiva fase di consultazione tra i soggetti interessati;
Oesigenza di dotarsi, per i casi più significativi, di strumenti di analisi degli impatti della regolazione;
Oadozione di tecniche di codificazione degli atti di regolazione che consentano la compilazione di testi unici integrati sulle specifiche materie;
Oadeguata pubblicità, attraverso la pubblicazione degli atti di regolazione sul sito dell'Anac e sulla Gazzetta Ufficiale.

Proposte e pareri dell'Anac finalizzati all'adozione di successivi decreti
In alcuni casi l'intervento dell'Anac viene previsto ai fini dell'emanazione di Decreti ministeriali o di Dpcm.

Si tratta delle seguenti ipotesi:
Oil Dm che definisce i requisiti delle società di professionisti e delle società di ingegneria è emanato sentita l'Anac (articolo 24, comma 2);
Oil Dpcm che definisce i requisiti per l'iscrizione delle stazioni appaltanti qualificate nell'apposito elenco istituito presso l'Anac deve essere emanato sentita la stessa Anac (articolo 38, comma 2);
Ol'intesa dell'Anac è richiesta ai fini dell'emanazione del Dm che definisce i criteri generali di pubblicazione dei bandi di gara sui siti informatici individuati dalla norma (articolo 73, comma 4);
Oil Dm che disciplina le modalità tecniche di svolgimento del collaudo è emanato sentita l'Anac (articolo 102, comma 8),
Oè prevista la proposta dell'Anac ai fini dell'emanazione del Dm che individua le modalità di svolgimento delle attività di direzione lavori (articolo 111, comma 2) e delle attività di controllo dell'esecuzione dei contratti di fornitura e servizi (comma 3).

In tutte queste ipotesi gli atti posti in essere dall'Anac non hanno un rilievo autonomo, ma si inseriscono in un più complesso procedimento volto all'emanazione di un Dm o di un Dpcm che, per loro natura, hanno portata precettiva in quanto fonti normative. Sotto questo profilo si può affermare che essi sono destinati ad acquisire, sia pure in via mediata, forza cogente.

Altri atti e provvedimenti
Vi sono infine una serie di ipotesi in cui l'Anac è chiamata ad adottare, in via autonoma, atti e provvedimenti che non hanno una denominazione specifica o una forma predeterminata.

Si tratta dei seguenti casi:
Odefinizione di una disciplina di dettaglio in ordine ai compiti del Rup e ai suoi requisiti professionali ulteriori rispetto a quelli previsti dalla norma (articolo 31, comma 5);
Odefinizione delle modalità attuative del sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti (articolo 38, comma 5);
Odefinizione di bandi tipo per lo svolgimento delle gare (articolo 71, comma 1);
Oindividuazione dei criteri di gestione e aggiornamento dell'Albo dei componenti delle commissioni giudicatrici e definizione dei requisiti per la relativa iscrizione ( articolo 78, comma 1);
Odefinizione dei requisiti reputazionali e dei relativi criteri di valutazione e delle modalità di rilascio della conseguente certificazione attinenti al rating delle imprese (articolo 83, comma 10);
Odefinizione delle modalità e criteri per l'iscrizione all'elenco delle stazioni appaltanti che affidano prestazioni in house (articolo 192, comma1).

Sotto il profilo dell'inquadramento generale i relativi atti rientrano nella categoria degli atti amministrativi. Tuttavia, in molti dei casi indicati, essi afferiscono ad ambiti la cui regolamentazione è attribuita all'Autorità, cui sono demandati specifici poteri ai fini della disciplina dei relativi istituti.

Ci si riferisce alla definizione delle modalità attuative del sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti, all'individuazione dei criteri di gestione e aggiornamento dei componenti delle commissioni giudicatrici, alla definizione dei criteri di gestione del rating reputazionale e alla definizione delle modalità e criteri per l'affidamento dei lavori in house.

In questi casi, considerato che gli atti che l'Anac è chiamata ad adottare sono strettamente funzionali all'operatività di istituti rispetto ai quali il legislatore attribuisce alla stessa Autorità un ruolo centrale, appare coerente che tali atti siano considerati atti di regolazione in senso proprio, nei termini sopra ricordati indicati nel citato parere del Consiglio di Stato, come tali dotati di efficacia vincolante erga omnes.

Una considerazione a parte merita infine la previsione relativa all'emanazione dei così detti bandi tipo. Al riguardo è previsto che le stazioni appaltanti vi si debbano conformare, salvo la possibilità di discostarsi dalle previsioni in essi contenute dandone espressa motivazione nella delibera a contrarre.

Si tratta di una previsione che sostanzialmente riproduce quanto già attualmente indicato dall'articolo 64, comma 4 – bis del Dlgs. 163. La soluzione individuata connota i bandi tipo come una sorta di atti di indirizzo a valenza rinforzata; le relative previsioni non vengono infatti imposte in maniera vincolante alle stazioni appaltanti, che tuttavia per discostarsene devono darne adeguata motivazione. Si tratta di una scelta che appare condivisibile e opportuna, posto che un'efficacia cogente in termini assolti e generalizzati avrebbe comportato una limitazione dell'autonomia amministrativa degli enti appaltanti difficilmente compatibile, per le ragioni già in precedenza richiamate, con i precetti costituzionali.
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Analisi del carattere giuridico e del grado di cogenza e di tutti gli atti richiesti all'Autorità: dalle linee guida di attuazione del codice ai provvedimenti più di dettaglio come i bandi-tipo
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Fabrizio Callarà

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I costi sostenuti dalle famiglie per la laurea dei figli rappresentano (ancora) un ottimo investimento per il futuro, con un «tasso di rendimento» che non è mai inferiore al 30 per cento. Sono i dati Ocse illustrati ieri a Milano in occasione di un’iniziativa promossa da Schroders Wealth Management, divisione del gruppo Schroders specializzata nella gestione dei patrimoni per Clienti privati, e Career paths, società con una lunga esperienza in progetti di formazione e sviluppo personale e professionale dei giovani. Mettendo in rapporto i primi stipendi annui dei neolaureati con la spesa totale sostenuta dalle famiglie, si può misurare il «ritorno» economico dell’investimento in istruzione, che appare notevole. Anche se per garantire il successo sul mercato del lavoro, dicono i dati, è cruciale la scelta del percorso formativo.

Studiare «paga»
I numeri dicono che, a fronte di un costo totale di 31.750 euro per una laurea quinquennale e di uno stipendio medio annuo di 16.800 euro, il tasso di rendimento che ne risulta è pari al 53 per cento. Allo stesso modo, l’investimento in una laurea magistrale in Bocconi, dove il costo totale arriva a circa 85mila euro, con un primo stipendio medio annuo per un neolaureato di 44.346 euro porta a un «rendimento» pari al 52 per cento. Un tasso che può salire ancora secondo Federconsumatori, che nella sua indagine 2014 sui costi degli atenei italiani, stima in 19mila euro il costo totale di una laurea triennale e in 13.200 euro lo stipendio medio annuo di un giovane fresco di laurea: due valori che, messi a rapporto, danno un tasso di rendimento del 69 per cento.
Diversa la situazione negli Stati Uniti, dove - secondo i dati Ocse - i costi ben più elevati dell’istruzione fanno precipitare la percentuale di «ritorno» al 30 per cento.

La scelta del corso
Le difficoltà occupazionali dei giovani italiani non dipendono, però, solo dalla crisi economica, ma anche dalla distanza tra mondo dell’università e quello del lavoro, che stenta a ridursi. Secondo uno studio di McKinsey & Company, infatti, il 40% della disoccupazione non dipende dal ciclo economico, ma da un evidente «mismatch»: mentre il 70% delle università ritiene che le competenze dei giovani siano adeguate, il 42% dei datori di lavoro non condivide tale opinione.
«Il futuro delle giovani generazione è per noi un "asset" fondamentale - dice Giuseppe Marsi, amministratore delegato di Schroders Italy Sim - e già da anni investiamo sui giovani, attraverso brevi working experience per ragazzi delle scuole superiori e stage per universitari ma ora abbiamo deciso di investire insieme alle famiglie che seguiamo nei loro investimenti finanziari sul loro asset più prezioso, i loro ragazzi».
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Fabrizio Callarà

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Anteprima. L’azione di rivalsa della struttura nei confronti dell’esercente la professione sanitaria - possibile, lo ricordiamo, solo in caso di dolo o di colpa grave del professionista - così come configurata dall’articolo 9 del Ddl 2224 rischia di far “scricchiolare” la promessa invarianza di spesa del provvedimento. A rilevarlo è la nota di lettura prodotta dal Servizio Bilancio del Senato, in cui si sottolinea come l’impianto del testo e il combinato disposto degli articoli 7 e 9 di fatto siano tesi a «rendere più difficile» e comunque «meno proficua» l’azione di rivalsa delle strutture socio-sanitarie verso medici&Co. Vincolare la possibilità di azione a dolo o colpa grave, prevedere l’onere della prova a carico del danneggiato con conseguenti ricadute sul termine della prescrizione e fissare il paletto del triplo della retribuzione annua alla misura della rivalsa stessa: sono tutti elementi che potrebbero determinare possibili riflessi negativi sulla finanza pubblica, sia in termini di attribuzione di responsabilità sia di ammontare della rivalsa. Effetti che saranno bilanciati dal minor ricorso alla medicina difensiva, tra i principali obiettivi dichiarati della legge. Poiché ad oggi questi ultimi non sono quantificabili, rilevano ancora dal Servizio Bilancio, «secondo principi di prudenza contabile» è opportuno considerare la norma, nel suo complesso, potenzialmente onerosa.

Non solo: il Servizio Bilancio si sovrappone parzialmente alle critiche già mosse al provvedimento dalla Corte dei conti, suggerendo un «supplemento di valutazione» sulla scelta di sottrarre l’azione di rivalsa alla magistratura contabile per assegnarla al giudice ordinario. Una previsione che potrebbe determinare un incremento delle azioni di rivalsa da parte dei pubblici funzionari del Ssn interessati, per evitare a loro volta di incorrere nell’azione di responsabilità erariale, «senza procedere a un previo discernimento sulla natura della colpa del sanitario». Una “fuga in avanti” sulle azioni di rivalsa, in netto contrasto con la ratio dell’assetto normativo, ma anche potenzialmente foriera di oneri di giudizio “inutuli” perché correlati a procedimenti «destinati in gran parte ad estinguersi».

Infine, rilevano dal Servizio Bilancio del Senato, servirebbe un chiarimento sull’ambito di operatività della rivalsa da parte della struttura verso l’operatore, che «dovrebbe operare soltanto nei casi di adozione di misure analoghe alternative all’assicurazione». In caso di presenza di copertura sanitaria obbligatoria, infatti, il patrimonio dell’ente pubblico dovrebbe rimanere indenne, salvo i danni inferiori alle franchigie o superiori ai massimali stabiliti contrattualmente.

Poi, si passa al Fondo di garanzia per danni previsto dall’articolo 4 del provvedimento. «Riflessi negativi sul gettito fiscale atteso» dalle assicurazioni deriveranno, secondo il Servizio Bilancio, dalla deducibilità del contributo obbligatorio pro Fondo. Fondo che non può avere delle limitazioni di risarcimento: «poiché si tratta di diritti soggettivi riconosciuti con sentenze - si legge nel documento - la finanza pubblica dovrà farsi carico della parte eccedente».
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Nel regolamento UE relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali è chiara l’impronta verso un maggior rigore generale, la previsione di sanzioni più gravi e la programmazione di adempimenti più articolati, oltre a un maggior livello di protezione del soggetto cui i dati si riferiscono. Scopo principale del regolamento è, infatti, quello di incardinare la protezione dei dati nel novero dei diritti fondamentali. Ciò comporta, per professionisti e imprese, una maggiore cautela nel trattamento dei dati.

Il processo di modernizzazione del quadro europeo in materia di protezione dei dati, iniziato nel lontano 2012, sembra giunto, pian piano, a conclusione.
L’approvazione da parte del Parlamento Europeo del Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione degli stessi, provvedimento che abroga la direttiva 95/46/CE, è stato un segnale chiaro della volontà di accelerare un processo che ha il fine di prevedere un regolamento generale sulla protezione dei dati più attento alle nuove esigenze poste dalla società digitale e che suggerisca, anche, un processo di armonizzazione del quadro attuale per individui, professionisti e imprese.
Cosa cambia per professionisti e imprese

Con particolare riferimento alle imprese, chiara è l’impronta verso un maggior rigore generale, la previsione di sanzioni più gravi e la programmazione di adempimenti più articolati, oltre a un maggior livello di protezione del soggetto cui i dati si riferiscono (e di cui vengono trattati).
In primis, la protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati di carattere personale deve essere visto, anche da professionisti e imprese che trattano quei dati, come un vero e proprio diritto fondamentale radicato nella tradizione europea.
Ciò comporta che ogni persona abbia diritto alla protezione dei dati di carattere personale che la riguardano, indipendentemente dalla sua nazionalità o residenza. In tal modo, si consente una prima opera di armonizzazione che realizza in Europa uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia e un’unione economica, che consente il progresso sociale e che porta al benessere delle persone fisiche.
Diritto alla protezione dei dati e interesse dei professionisti

Il primo scopo del Regolamento e, in generale, di siffatta attenzione alla protezione del dato dell’individuo, manifesta allora la volontà di incardinare il diritto alla protezione dei dati nel novero dei cosiddetti “diritti fondamentali” elaborati nelle carte normative sin dal secondo dopoguerra. Ciò comporta, per professionisti e imprese, una maggiore cautela, visto che vi è il rischio di “toccare” diritti così importanti.
Il secondo fine, altrettanto importante e più direttamente correlato agli interessi dei professionisti, è quello di garantire la libera circolazione dei dati tra gli Stati membri, fattore essenziale per il mantenimento di un mercato comune efficiente.
Sono interessanti, a tal fine, alcuni nuovi aspetti del Regolamento, quali la “portabilità dei dati”, che possono servire al contempo a favorire la tutela del soggetto, l’accesso ai dati dello stesso e la circolazione delle informazioni.
La protezione dei dati non è, però, considerato un diritto assoluto: occorre contemperarlo con altri diritti, come ad esempio la libertà di espressione e di informazione, o di libertà economica, in un equilibrio che non è sempre facile da raggiungere, soprattutto in sede giurisdizionale.
Tecnologia, mondo digitale e privacy

Il Regolamento, si diceva, si propone di adattare la disciplina della privacy al mondo digitale: la tecnologia ha, infatti, aumentato la diffusione di dati e cambiato il quadro di sfondo, richiedendo una disciplina più coerente soprattutto nell’ottica di sviluppo della economia digitale.
A tal fine, gli estensori auspicano un livello di protezione equivalente in tutti gli Stati, put lasciando alcuni margini agli Stati membri per regolamentare aspetti specifici, con riferimento a determinati usi (uso a finalità pubbliche o di giustizia) o ad alcuni tipi di dati (dati sensibili).
In sintesi: il regolamento agirebbe anche come un “antibiotico” (normativo) ad ampio spettro per combattere ed eliminare quei contrasti, aporie, mancanza di coordinamento normativo e stratificazione che si sono venute a creare in decenni di disciplina sulla protezione dei dati sovranazionale e statale.
Ambito di applicazione

La norma si applica solo alle persone fisiche, non disciplina il trattamento dei dati relativi a persone giuridiche e riguarda sia il trattamento manuale sia il trattamento automatizzato.
È esclusa significativamente l’applicazione al trattamento dei dati personali effettuati da una persona fisica nell’ambito di attività a carattere esclusivamente personale o domestico e, quindi, senza una connessione con un’attività commerciale o professionale. Si pensi alla corrispondenza privata, agli indirizzari, all’uso di social network.
Tutti i dati che possono identificare una persona, usando tutti i mezzi, tenendo conto anche dei costi e del tempo necessari per identificare quella persona e degli sviluppi tecnologici, sono considerati dati personali protetti dal regolamento. La norma non si applica a informazioni anonime né ai dati delle persone decedute (aspetto, quest’ultimo, che può essere regolato però da ogni singolo Stato). Oltre a ciò, viene esplicitamente sollecitato l’uso di pseudonimi.
Con riferimento, in particolare, agli adempimenti e obblighi da parte di soggetti che trattano i dati, assumono particolare importanza i principi di liceità e correttezza di ogni azione, con trasparenza di tutte le modalità di trattamento e la centralità della raccolta del consenso e della sua libertà.
Dati sensibili e diritto di cancellazione online

Grande attenzione dovrà essere prestata in sede di trattamento di dati particolarmente sensibili, come quelli che rivelano origine razziale etnica, o connessi alla salute o al sesso, e grande cautela si dovrò riservare alle richieste specifiche di rettifica dei dati personali e di diritto all’oblio. Ci si riferisce, in particolare, alla richiesta che siano cancellati e non più sottoposti a trattamento i propri dati personali che non siano più necessari per le finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati, oppure in caso di ritiro del consenso.
Infine, molto spinoso sarà il punto che stabilirà una sorta di diritto di cancellazione online: il titolare del trattamento che ha pubblicato i dati dovrà informare i titolari del trattamento che trattano tali dati personali di cancellare qualsiasi link verso tali dati personali o copia o riproduzione di detti dati personali, adottando misure ragionevoli per raggiungere tale fine.
Dal punto di vista professionale e imprenditoriale, quindi, particolare attenzione andrà prestata non solo alle modalità di trattamento, alle informative e alla raccolta del consenso, ma anche a un’esaustiva risposta alle richieste dei soggetti cui i dati si riferiscono, soprattutto se connesse alla loro presenza su siti web o banche dati online.
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Fabrizio Callarà

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La pretesa di rimborso delle spese legali sostenute dal membro laico della commissione di concorso per difendersi dall'accusa di abuso d'ufficio presentata al Giudice amministrativo dev'essere dichiarata inammissibile per difetto di giurisdizione. La domanda, infatti, è diretta alla tutela di una posizione giuridica soggettiva che, essendo correlata ad un obbligo, effettivo o anche soltanto supposto, della Pubblica amministrazione che si è servita della prestazione nell'ambito della procedura concorsuale, ha natura di diritto soggettivo e non di interesse legittimo, pertanto, la giurisdizione spetta al Giudice ordinario.
È quanto ribadito dal Tribunale amministrativo regionale per la Calabria–Reggio Calabria, con la sentenza n. 420 del 19 aprile 2016.

Il funzionario onorario e il rapporto con l'Ente
La figura del funzionario onorario si configura laddove esista un rapporto con la Pubblica amministrazione per lo svolgimento di funzioni pubbliche, ma manchino del tutto gli elementi caratterizzanti del pubblico impiego:
• la scelta del dipendente di carattere prettamente tecnico-amministrativo effettuata mediante procedure concorsuali e non a carattere politico-discrezionale;
• l'inserimento strutturale e non meramente funzionale nell'apparato organizzativo dell'Ente pubblico;
• lo svolgimento del rapporto di lavoro secondo lo statuto del pubblico impiego e non unicamente in base all'atto di conferimento dell'incarico e a quanto ivi previsto;
• il carattere retributivo e non indennitario del compenso percepito;
• la durata tendenzialmente indeterminata del rapporto lavorativo, di contro alla normale temporaneità dell'incarico.
Tra l'Ente pubblico ed il funzionario onorario per la durata dell'incarico ed in relazione all'esercizio delle pubbliche funzioni di cui si è detto si instaura al pari di quanto accade per i pubblici dipendenti, un vero e proprio rapporto di servizio avente come contenuto il dovere di agire in favore dell'Ente svolgendo una determinata attività: il cosiddetto dovere d'ufficio, cui corrisponde una serie di diritti in favore del funzionario stesso.

Il diritto soggettivo alla richiesta di rimborso delle spese legali
Tale rapporto di servizio volontario può dar luogo al rimborso delle spese legali affrontate per procedimenti penali relativamente a fatti o ad atti direttamente connessi all'espletamento dell'incarico ed all'adempimento dei relativi compiti, a condizione che:
• non sussista conflitto di interessi con la Pubblica amministrazione conferente l'incarico,
• il soggetto si sia fatto assistere da un legale di comune gradimento,
• il procedimento si sia concluso con una sentenza diversa da quella di condanna esecutiva per fatti commessi con dolo o colpa grave.
Lo prevede l'articolo 28 del Contratto collettivo nazionale di lavoro per il personale del comparto Regioni ed Autonomie locali del 14 settembre 2000 e, sino al 5 giugno 2012, anche l'articolo 67 del Dpr 13 maggio 1987 n. 268 "Norme risultanti dalla disciplina prevista dall'accordo sindacale, per il triennio 1985-1987, relativo al comparto del personale degli enti locali".
L'incaricato, pur potendo svolgere la veste di pubblico ufficiale nello svolgimento del compito affidatogli, rimane sempre un soggetto esterno all'Amministrazione, senza che possa sussistere alcun rapporto di impiego. Ne consegue che la sua domanda di rimborso si fonda su un diritto soggettivo e non su un interesse legittimo. Dovrà quindi essere giudicata dal Giudice ordinario l'estensibilità o meno dell'applicazione delle norme dettate per i dipendenti ad un organo straordinario della Pubblica amministrazione.

La sentenza
Il Tribunale amministrativo regionale ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di giurisdizione del Giudice amministrativo adìto, come correttamente eccepito dalla difesa del Comune. Il Collegio ha perciò ribadito che:
• nei casi di pretese patrimoniali fondate sulla funzione onoraria la giurisdizione deve essere ripartita in base alle norme di diritto comune ossia attribuendo al Giudice ordinario le liti su diritti soggettivi ed al Giudice amministrativo quelle su interessi legittimi;
• "per quanto riguarda i funzionari onorari del Comune, in mancanza di una disposizione specifica che regoli i rapporti patrimoniali con l'ente rappresentato, la pretesa di rimborso delle spese processuali non può che essere esercitata, ammesso che esista una lacuna normativa ai sensi dell'articolo 12 disp. prel. cod. civ., comma 2, in base ad una disposizione di legge da applicare in via analogica e non può che assumere la consistenza del diritto soggettivo perfetto".

Il caso
Il dipendente di un Comune diverso da quello che ha bandito il concorso, ha fatto parte della Commissione esaminatrice in qualità di tecnico esperto. Raggiunto da informazione di garanzia dal momento che indagato per il reato di abuso d'ufficio in relazione all'esercizio delle funzioni di componente della suddetta Commissione, ha chiesto ed ottenuto dal Comune che gli aveva conferito l'incarico la concessione del patrocinio legale. Il giudizio penale si è poi concluso con sentenza di non luogo a procedere.
Successivamente il Comune ha revocato in autotutela il beneficio, ritenendo che gli articoli 28 del Ccnl del 14 settembre 2000 e 67 del Dpr n. 268/1987 non possono essere estesi a personale esterno all'Ente. Contro questa seconda deliberazione il funzionario onorario ha posto ricorso al Giudice amministrativo, deducendone l'illegittimità per violazione della normativa di settore ed eccesso di potere. Censure che non sono state considerate dal Tribunale amministrativo regionale, che ha accolto l'eccezione pregiudiziale del Comune relativa all'inammissibilità del ricorso per difetto di giurisdizione del Giudice amministrativo, previa qualificazione della posizione soggettiva dedotta in giudizio quale diritto soggettivo.
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La pretesa di rimborso delle spese legali sostenute dal membro laico della commissione di concorso...
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Per avere diritto al risarcimento del danno subito dai soggetti privati, a causa del ritardo dell’atto conclusivo di un procedimento amministrativo, è necessario sia provata anche la colpa o il dolo in capo alla Pa procedente. È quanto si ricava dalla sentenza del Tar Lazio, Roma, sez. II-ter, del 12 aprile 2016 n. 4329.
Su tema si veda anche la sentenza del Tar Puglia, Lecce n. 576/2016 sul Quotidiano degli enti locai e della Pa del 14 aprile 2016.

Il caso
Nell’ambito di una selezione pubblica, mirata a coprire un certo numero di commissari forestali, la Pa procedente ha annullato, per autotutela, una fase delle prove di esame così allungando i tempi per la definizione della procedura che pertanto si è conclusa con ritardo. Sicché i vincitori della selezione sono ricorsi al Tar Lazio, Roma, per chiedere il risarcimento del danno in quanto entrati in servizio in ritardo rispetto a ragionevoli previsioni.

In diritto
Dalla lettura combinata dell’articolo 2043 del codice civile, che sancisce il principio del neminem laedere, e dell’articolo 2697 dello stesso codice, che sancisce il principio dell’onere della prova, si evince che la responsabilità del ritardo, che cagiona danno, va posta in capo anche alla Pa allorquando sia provato che sussista il dolo o la colpa. Norma che prende forma con l’introduzione dell’articolo 2-bis, comma 1, della legge 7 agosto 1990 n. 241 che recita: “Le pubbliche amministrazioni e i soggetti di cui all’articolo 1, comma 1-ter, sono tenuti al risarcimento del danno ingiusto cagionato in conseguenza dell’inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento”. Conseguentemente, il danneggiato deve dimostrare sia la sussistenza del presupposto oggettivo (prova del danno, del suo ammontare, ingiustizia patita, nesso causale) sia il presupposto soggettivo (dolo o colpa della Pa danneggiante).

Distinzione tra indennizzo e risarcimento del danno
Risulta utile, ai fini ermeneutici di questa sentenza, evidenziare la distinzione tra i due istituti. Per ottenere il risarcimento del danno è necessario sia provato sia l’elemento oggettivo che quello soggettivo (dolo o colpa). Per ottenere l’indennizzo (che è una sanzione), è sufficiente che il soggetto privato dimostri che il provvedimento finale sia stato concluso oltre i termini previsti per lo specifico procedimento amministrativo. In tal caso la Pa è obbligata a pagare il versamento, a titolo di sanzione, a favore del soggetto privato, a prescindere dall’esistenza del danno (direttiva 9 gennaio 2014 della presidenza del Consiglio dei ministri). Anche se questa direttiva riguarda esclusivamente materie inerenti l’esercizio d’impresa.

Le conclusioni del Tribunale amministrativo capitolino
La domanda dei ricorrenti, mirata ad ottenere il riconoscimento dell’inquadramento giuridico ed economico a partire dal momento in cui l’amministrazione procedente avrebbe dovuto concludere il procedimento amministrativo, viene respinta. Tale decisione si basa sul fatto che non viene provata la sussistenza del dolo o la colpa da parte della Pa. Infatti il giudice, pur riconoscendo che il procedimento delle prove selettive è durato oltre le previsioni iniziali e pur riconoscendo che questa circostanza abbia creato un danno in capo ai candidati, tuttavia non riconosce che i motivi di tali lungaggini (la ripetizione di una fase delle prove di esame) sia assolutamente ascrivibile a una colpa o a una negligenza dell’apparato amministrativo. Per il giudice, infatti, tale evenienza si configura come uno di quei naturali eventi imprevisti che possono determinare un rallentamento della conclusione del procedimento amministrativo.
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