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Fabrizio Callarà
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Fabrizio Callarà

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di Lucia Izzo - Con la recente Circolare n. 20/E (qui sotto allegata), l'Agenzia delle Entrate ha fornito dei chiarimenti sulle norme di interesse fiscale contenute nella legge 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità 2016), tra l'altro, esprimendosi anche sul visto di conformità infedele e sulle sanzioni a carico dei Centri di Assistenza Fiscale (CAF).



Si tratta, sostanzialmente, del regime che interessa gli errori commessi dai CAF nell'apposizione del c.d. visto di conformità, un'attestazione dallo stesso CAF o da professionisti abilitati, che certifica la conformità delle dichiarazioni fiscali esposte nel Mod. 730, rispetto ai documenti fiscali che i contribuenti hanno esibito e che questi siano correttamente indicati.

Il problema si pone laddove il CAF apponga un visto infedele sulla documentazione 730.
In una simile eventualità è previsto che risponda il RAF (Responsabile dell'assistenza fiscale) delle sanzioni eventualmente provocate, poiché il visto richiede una verifica della documentazione che presuppone competenze professionali a cui si ricollegano responsabilità personali.
In precedenza, tuttavia, CAF e RAF erano obbligati in solido, ma solo per il pagamento di una somma pari alla sanzione.

La legge di Stabilità 2016 dispone, per quanto riguarda le sanzioni poste a carico di coloro che rilasciano sulle dichiarazioni dei redditi il visto di conformità, ovvero l'asseverazione, infedele, che il centro di assistenza per il quale ha operato il responsabile dell'assistenza fiscale che ha apposto un visto di conformità infedele, a decorrere dal 1° gennaio 2016, sia obbligato solidalmente in ordine al pagamento, non solo, di un importo pari alla sanzione irrogata, ma anche di altre somme.

Sostanzialmente il CAF risponde solidalmente non più solo di un importo pari alla sanzione, ma di una "somma pari all'importo dell'imposta, della sanzione e degli interessi che sarebbero stati richiesti al contribuente" per violazioni riscontrabili in sede di liquidazione delle imposte, dei contributi, dei premi e dei rimborsi dovuti in base alle dichiarazioni.

Tuttavia, è esclusa la colpevolezza del responsabile dell'assistenza fiscale e, per l'effetto, anche la responsabilità solidale del CAF, qualora il visto infedele sia stato indotto dalla condotta dolosa o gravemente colposa del contribuente.

Agenzia delle Entrate, circolare n. 20/E

Fonte: Visto infedele: chi paga se a sbagliare è il CAF?
(www.StudioCataldi.it) 
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Fabrizio Callarà

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La Società è stata premiata con il prestigioso riconoscimento di MF-Milano Finanza come Miglior Broker Italiano di Assicurazioni! http://www.debesidigiacomo.it/data/uploads/news/2016/miglior-broker-2016.pdf
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Fabrizio Callarà

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I confini della responsabilità dell'ente locale per gli infortuni al cittadino causati dalla scarsa manutenzione del manto stradale sono sempre più circoscritti dai tribunali.
Alcuni mesi fa la Cassazione, conl'ordinanza n. 13930/2016, ha messo in chiaro che non basta una buca sulla strada per far scattare il diritto al risarcimento del danno, ma occorre tenere conto dell'elemento soggettivo della prevedibilità di un'insidia. In sostanza, se la strada dissestata è ben conosciuta dal soggetto danneggiato, questo non può addebitare alla Pa un danno frutto anche della sua disattenzione.

La sentenza
Attenendosi a questo orientamento, con la sentenza del 1° febbraio 2016 la Corte d'Appello di Lecce ha rigettato il ricorso di un pedone infortunatosi cadendo rovinosamente in un tombino, seppur non coperto e privo di segnalazione, in quanto:
- conosce bene i luoghi del sinistro, abitando nelle vicinanze e percorrendo spesso quell'itinerario;
- è giovane, abile e dotato di buoni riflessi;
- al momento dell'incidente il tratto di strada si presentava illuminato;
- nel referto medico compilato dopo la caduta non ne è indicata la causa.
È questo un indirizzo che restringe il campo di responsabilità dell'ente pubblico per la carenza di interventi sul territorio, nonostante il principio generale secondo il quale «in materia di strade pubbliche, per assicurare la sicurezza degli utenti, la Pa, quale proprietaria, ha l'obbligo di provvedere alla relativa manutenzione, nonché di prevenire e, se del caso, segnalare qualsiasi situazione di pericolo o di insidia inerente non solo alla sede stradale, ma anche alla zona non asfaltata sussistente ai limiti della medesima, posta a livello tra i margini della carreggiata e i limiti della sede stradale (banchina), tenuto conto che essa fa parte della struttura della strada» (Cassazione Civile, sezione III, sentenza n. 5445/2006).

L'impostazione giuridica
È poi singolare che l'orientamento meno rigoroso nei confronti dell'ente pubblico si sia affermato ancorché, nella maggior parte dei casi, la responsabilità derivante dal mancato assolvimento degli obblighi di manutenzione stradale sia stata ricondotta dai giudici non già alla responsabilità extracontrattuale in base all'articolo 2043 del codice civile (la norma del principio neminem laedere), bensì alla responsabilità per danni causati dalle cose in custodia prevista dall'articolo 2051 codice civile.
La diversa impostazione giuridica è rilevante soprattutto in funzione dell'onere della prova, visto che nel primo caso è il soggetto danneggiato a dover provare la colpa o negligenza della Pa allegando in causa che l'insidia stradale rappresenta un pericolo occulto e imprevedibile, mentre nel secondo caso l'ente proprietario della strada si presume responsabile dei danni cagionati alle persone e/o alle cose, salvo l'ipotesi del caso fortuito o qualora non venga accertato il nesso causale tra la cosa in custodia e l'infortunio occorso.

Conclusioni
La Corte d'Appello di Lecce, pur muovendosi nella prospettiva della responsabilità contrattuale, assolve il Comune sotto accusa osservando che «nel caso in cui l'evento di danno sia da ascrivere elusivamente alla condotta del danneggiato la quale abbia interrotto il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno, si verifica un'ipotesi di caso fortuito che libera il custode dalla responsabilità di cui all'articolo 2051 codice civile.».
Tale clemenza di giudizio non può che essere condivisa, non solo (e non tanto) per la carenza strutturale di risorse finanziarie a disposizione degli enti locali per la manutenzione stradale, ma soprattutto per l'oggettiva impossibilità di garantire una vigilanza costante e capillare della rete viaria sul territorio.
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The London & International Insurance Brokers' Association Dinner - Grosvenor House, Park Lane Tuesday 17th May 2016. Immagine incorporata. 15:57 - 17 mag 2016 da Grosvenor House, A JW Marriott Hotel. 1 Mi piace. Rispondi a @Aecunderwriting. Home · Iscriviti · Accedi · Cerca · Chi siamo ...
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Fabrizio Callarà

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Il Tar Sardegna si è pronunciato sull'articolo 28 del Dl n. 69/2013 che, aggiungendo il comma 1 bis all'articolo 2 bis della legge n. 241/1990, ha introdotto l'indennizzo da ritardo nella conclusione dei procedimenti ad istanza di parte: il pagamento di una somma pari a trenta euro per ogni giorno di ritardo, con decorrenza dalla data di scadenza del termine del procedimento, comunque complessivamente non superiore a 2.000 euro (Tar Sardegna sezione I sentenza 12 maggio 2016 n. 418).
I Giudici amministrativi hanno affermato che tale istituto prescinde dalla dimostrazione degli elementi costitutivi della responsabilità extracontrattuale (prova del danno, del comportamento colposo o doloso della Pa, del nesso di causalità), è sufficiente il superamento del termine di conclusione del procedimento. Tuttavia, ai fini del riconoscimento del diritto all'indennizzo, una volta scaduti i termini per la conclusione del procedimento, l'istante, nel termine perentorio di 20 giorni dalla scadenza del termine entro il quale il procedimento si sarebbe dovuto concludere, deve ricorrere all'Autorità titolare del potere sostitutivo di cui all'articolo 2, comma 9 bis, legge n.241/1990, richiedendo l'emanazione del provvedimento non adottato.

Il valore economico del tempo
La norma sul danno da ritardo è piuttosto chiara. Tanto nei presupposti, quanto nell'onere di attivazione (nei confronti dell'Autorità titolare del potere sostitutivo di cui all'articolo 2, comma 9-bis, legge n. 241/1990, per richiederle, appunto, l'emanazione del provvedimento non adottato nel termine inutilmente decorso) posto a carico del richiedente privato.
Il tempo è infatti stato definitivamente elevato per legge a bene delle vita, sicché l'inutile attesa ha oggi un costo certo, per il richiedente privato deluso, così come - nella misura massima indennizzabile di 2.000 euro, appunto - per l'Amministrazione e, di riflesso, per i contribuenti.


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Il Tar Sardegna si è pronunciato sull'articolo 28 del Dl n. 69/2013 che, aggiungendo il comma 1...
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Fabrizio Callarà

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La legge di riforma del Terzo settore, il cui testo è stato approvato in via definitiva mercoledì dalla Camera, riordina gli aspetti definitori del sistema non profit in Italia. Per farlo, ricorre a questa enunciazione: «Per Terzo settore si intende il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi».

«Con questo intervento -ha sottolineato il ministro delle Politiche sociali, Giuliano Poletti - si dà un importante sostegno a un’Italia fondata su una società inclusiva, capace di coinvolgere a pieno le energie e le potenzialità di cui dispone. Si ricollega a quel “social act”, che il governo sta promuovendo anche con il piano contro la povertà e con la legge sulla disabilità». Restano fuori dal nuovo “Terzo settore”, per espressa previsione normativa, le formazioni e le associazioni politiche, i sindacati, le associazioni professionali e di rappresentanza di categoria economiche. Anche le fondazioni bancarie costituiscono sistema a parte. La definizione di Terzo settore è però in divenire: le attività di “interesse sociale” (per lo più quelle già previste per le Onlus) che caratterizzano gli enti del Terzo settore devono essere elencate nel costituendo codice di riordino della normativa ma, in seguito, potranno essere aggiornate con appositi provvedimenti. La legge dà sostanza alle diverse – e ormai annose - istanze di aggiornamento della normativa in materia. Sono infatti previsti interventi sulle disposizioni specifiche del libro primo del Codice civile (ferme al 1942) e un riordino della normativa sulle organizzazioni di volontariato (del 1991 e da anni in attesa di riforma) e dell’impresa sociale (del 2006 ma mai pienamente decollata). Il testo razionalizza e semplifica un sistema che, negli anni, si è caratterizzato sempre di più per la varietà di specie e di normative. Da qui l’esigenza di istituire un Registro unico nazionale del Terzo settore, suddiviso in specifiche sezioni, presso il Ministero del lavoro e consultabile anche online. In prima battuta questo registro sembra ricalcare quello da tempo già istituito dal Coni per gli enti sportivi dilettantistici. Tutto da chiarire sarà quindi il rapporto tra il Comitato Olimpico (finora unico garante della qualità dei sodalizi sportivi) e il ministero del Lavoro cui la legge attribuisce un ruolo (sembra) esclusivo di vigilanza, monitoraggio e controllo su tutti gli enti del Terzo settore. Nella strada della semplificazione si pone anche l’obiettivo di rivedere e uniformare il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica, la cui competenza risulta attualmente sdoppiata tra Regioni e Prefetture. La legge delega prevede poi di regolamentare la rendicontazione, la trasparenza e gli obblighi di informazione. Previsione che spinge tutti gli organismi del Terzo settore a rendere pubblici i propri bilanci, anche utilizzando il proprio sito internet.

La legge riforma la disciplina del servizio civile nazionale, attraverso la istituzione di un servizio civile universale, aperto a tutti e su base volontaria, finalizzato alla difesa non armata della Patria e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica. Il provvedimento conclude con l’istituzione della Fondazione Italia sociale, organismo che avrà il compito di sostenere, attrarre e organizzare iniziative filantropiche e strumenti innovativi di finanza sociale. La legge ha definito la cornice all’interno della quale dovranno delinearsi i decreti delegati di attuazione, da adottare da qui a un anno e grazie ai quali si potrà effettivamente percepire l’effettiva portata innovativa della riforma.
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Fabrizio Callarà

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Se non avete già dato istruzioni al vostro commercialista o al Caf, Vi invito a sostenere Ryder Itala Onlus. Preziosi nel momento della difficoltà ................

È TEMPO DI 5 e 8XMILLE !

Come molti di voi avranno notato, nei mesi di maggio e giugno le Associazioni si attivano per ricordare ai propri sostenitori la possibilità di destinare il 5 x 1000 per portare avanti le attività di ogni singola Onlus.

Quello che però le Associazioni raramente consigliano è di destinare il proprio 8 x 1000 ad una confessione religiosa specifica.

È quello che mi appresto a fare, in qualità di Presidente della Ryder Italia Onlus.

È grazie ad un finanziamento della Chiesa Valdese, infatti, che Noi della Ryder Italia Onlus nel lontano 2011 abbiamo potuto realizzare un primo progetto denominato “Sostegno socio sanitario per pazienti anziani sopra i 65 anni”, e da ben tre anni, finanziare un progetto sperimentale sull’assistenza a pazienti con Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), denominato “Sospiro di sollievo”.

Non vorrei limitarmi ad un semplice ringraziamento per il sostegno ricevuto da parte della Tavola Valdese ma ricordare quanto sia importante e vasto il loro impegno: tutti i fondi che raccolgono grazie all’8x1000, infatti, ogni anno vengono utilizzati nella loro interezza per progetti sociali, culturali, educativi ed assistenziali.

Immaginate quanti progetti a causa delle difficoltà crescenti ad ottenere finanziamenti pubblici, in particolare per le Onlus come la nostra che lavorano nella regione Lazio, non avrebbero molto probabilmente nessuna possibilità di esistere e quanti prendono luce grazie alla Tavola Valdese.

Per questo motivo, è molto importante ricordarsi e ricordare ad amici e parenti che lo Stato italiano ha messo a disposizione due strumenti diversi, che non si escludono l’un l’altro, per consentire direttamente ed indirettamente alle associazioni come la nostra di attivare progetti finalizzati ad aiutare il prossimo:

- L’8X1000, per le confessioni religiose. Come già detto, è grazie a l’8X1000 che, per esempio, la Tavola Valdese finanzia i progetti delle organizzazioni come la Ryder, per sostenere e dare concretezza al proprio scopo sociale. Per devolvere il vostro 8x1000 alla Chiesa Valdese, firmate nel riquadro relativo alla Chiesa Valdese.

- Il 5x1000, per le Onlus, gli Enti di ricerca, è grazie al 5X1000 che questi enti hanno la possibilità di attivare progetti sperimentali, altrimenti difficilmente sostenibili e realizzabili. Per aiutarci, inserite il nostro codice fiscale : 96115670588 nel riquadro riservato alle Associazioni di Volontariato. Per sapere come fare cliccate qui

Grazie

Giovanni Creton, Presidente Ryder Italia Onlus
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La Ryder Italia Onlus opera a Roma all'interno del Grande Raccordo Anulare offrendo un servizio specializzato di assistenza domiciliare per i malati in fase avanzata di malattia.
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Fabrizio Callarà

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Se il paziente non comunica, anche perché non gli è stata diagnosticata in precedenza una patologia (in questo caso l’Mcs, Sensibilità chimica multipla) o un’allergia, il medico non ha colpa per le eventuali conseguenze. In particolare, quando sia esclusa la sussistenza di una prova certa circa il nesso di causalità tra la condotta contestata al medico e gli eventi lesivi denunciati, la formula assolutoria non può essere quella del “il fatto non costituisce reato”, ma quella più ampia “il fatto non sussiste”. Nessuna responsabilità per il medico, di conseguenza, quando gli effetti collaterali di una terapia possono avere spiegazioni in cause concomitanti derivanti da malattie rare o prima non diagnosticate.

Con questa indicazione di diritto, la IV sezione Penale della Cassazione, con sentenza n. 17656/2016 del 28 aprile, ha mandato assolto il medico dentista accusato di avere impiantato una protesi contenente dei metalli ai quali la paziente era risultata allergica.

Una sentenza importante, perché per la prima volta, anche in ambito penale, viene riconosciuta l’esistenza della malattia Mcs, una patologia rara che fatica a trovare riconoscimento e che la maggior parte dei medici riconosce con difficoltà.

I fatti. La paziente, ottenne in primo grado dal tribunale di Messina la condanna del dentista per lesioni personali colpose per avere impiantato alla paziente una protesi contenente nichel, metallo al quale la paziente era allergica. La sentenza di primo grado fu riformata in appello con l’assoluzione del medico con la formula «il fatto non costituisce reato».

Tale ultima formula, infatti, era stata adottata dalla corte territoriale ritenendo che non fosse stato dimostrato che le protesi impiantate contenessero quel materiale. Inoltre, in seguito, la paziente ebbe lo stesso problema con le protesi in titanio. Emerse che le allergie ai metalli erano conseguenza di altra patologie, come la Mcs (Sensibilità chimica multipla) e/o la Pemfigoide che le furono diagnosticate in seguito, a testimonianza delle persistenti possibilità (non smentite dalle conclusioni tecniche sostenute dalla difesa), di spiegazioni causali alternative, e dunque di alternativi decorsi causali quantomeno equiprobabili a quelli denunciati.

Contro la sentenza, proposero ricorso in cassazione sia la paziente che il medico, secondo il quale la corretta formula avrebbe dovuto essere “il fatto non sussiste”. Sottigliezza non di poco conto in quanto se il “fatto che non costituisce reato” non è detto che non sussista una inadempienza civile. Se il fatto non sussiste, al contrario, non esiste neppure responsabilità.

Secondo la prospettazione del medico, la corte territoriale sarebbe incorsa in un’evidente contraddizione, per aver pronunziato la formula assolutoria, secondo cui il fatto non costituisce reato, pur avendo espressamente dato atto dell’insussistenza di alcuna prova certa circa il nesso di derivazione causale tra la condotta dell’imputato e l’evento lesivo sofferto dalla paziente.

Secondo la paziente, al contrario, il medico era al corrente dell’allergia al nichel in data antecedente all’impianto e, di conseguenza, il sanitario era venuto meno all’accordo raggiunto con il consenso informato che non prevedeva, a detta della paziente, l’uso di quel materiale, tesi respinta dai giudici.
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S e il paziente non comunica, anche perché non gli è stata diagnosticata in precedenza una patologia (in questo caso l’Mcs, Sensibilità chimica multipla) o un’allergia, il medico non ha colpa per le
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Fabrizio Callarà

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(Quotidianoentilocali.it) – La Corte dei conti ha giurisdizione sull’azione di responsabilità degli organi sociali di una società per i danni al proprio patrimonio solo quando possa definirsi “in house”. Lo affermano le Sezioni unite della Cassazione con l’ordinanza 7293/2016. La questione La Cassazione si pronuncia sul ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione in relazione al giudizio in …
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Fabrizio Callarà

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Il Decreto Lavoro-Finanze recante i criteri di erogazione dei premi di produttività e partecipazione agli utili di impresa con tassazione agevolata offre alle imprese una grande opportunità: consentire al dipendente di utilizzare il premio di risultato per l’acquisto di servizi e per piani di welfare. A tutt’oggi, però, manca un fondamentale tassello: è necessario che l’Agenzia delle Entrate spieghi se sarà possibile convertire in welfare anche i premi di risultato dei dipendenti che superino i 50 mila euro di reddito annuo e la parte del premio di risultato che superi i 2 mila euro da parte dei percettori di reddito inferiore a 50 mila euro annui.

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Interministeriale 25 marzo 2016 che consente l’avvio della “nuova gestione” dei premi di risultato (vedi Premi di produttività e partecipazione agli utili d’impresa: criteri di misurazione 2016). Tra l’altro, da tale pubblicazione decorre il termine per il deposito dei contratti, stipulati precedentemente, in Direzione Territoriale del Lavoro. Ma questo non è sufficiente a sbloccare la decisione aziendale di porre in essere piani di welfare perché si è ancora in attesa che l’Agenzia delle Entrate dia la propria interpretazione sulla convertibilità dei premi di risultato in piani di welfare.
Per approfondire, consulta il Dossier Premi di produttività
Cosa prevede il TUIR
L’art. 100 del TUIR prevede che le spese relative ad opere o servizi utilizzabili dalla generalità dei dipendenti o categorie di dipendenti volontariamente sostenute per specifiche finalità di educazione, istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria o culto, sono deducibili per un ammontare complessivo non superiore al 5 per mille dell'ammontare delle spese per prestazioni di lavoro dipendente risultante dalla dichiarazione dei redditi. L’esiguità di tale ammontare e la volontarietà da parte del datore di lavoro (mai si potevano contrattare piani di welfare, pena la mancata deducibilità del costo del welfare dal reddito d’impresa) hanno fatto si che le aziende, fin ora, non si siano mai spinte oltre i normali benefit (auto, cellulari, polizze, beni in natura sotto la soglia dei 258 euro, ecc,) trascurando i cd. benefit di utilità sociale.
Le novità della legge di Stabilità 2016
Il legislatore italiano nella legge di Stabilità per l’anno 2016, con un guizzo senza precedenti, in un sol colpo ha risolto, tra le altre, tre importanti questioni:
1) i piani di welfare, dal 1° gennaio 2016, possono essere previsti anche da contratti di secondo livello. In questo caso si consente al datore di lavoro la totale deducibilità delle spese sostenute per il welfare dal reddito d’impresa. Il limite del 5 per mille rimane esclusivamente per il welfare volontariamente messo a disposizione dei dipendenti da parte del datore di lavoro;
2) ancora, dal 1° gennaio 2016, viene reintrodotta in maniera stabile la tassazione sostitutiva dei premi di risultato;
3) sempre dal 1° gennaio 2016, si consente la convertibilità totale o parziale del premio di risultato in welfare. In questo caso il premio di risultato non è soggetto a contribuzione previdenziale e neanche a tassazione fiscale a condizione però che si rispettino i limiti fissati dall’art. 51 del TUIR per l’utilizzo dei servizi e per i beni in natura.
Grande opportunità per le imprese, quindi, di consentire al dipendente di utilizzare, magari in misura anche superiore, il premio di risultato per l’acquisto di welfare scegliendo in un paniere di beni e servizi, tanto ampio, da coprire i bisogni di tutti. Si legittima pertanto ciò che in passato era vietato e cioè la convertibilità di una retribuzione (in quanto tale soggetta a contributi e imposte) in un insieme di beni e servizi (di per se esenti).
Criticità operative e dubbi interpretativi
A questo punto, però, il quesito che tutti si sono posti e sul quale l’Agenzia delle Entrate non ha ancora palesato il proprio pensiero, è il seguente: sarà possibile convertire in welfare, beneficiando della totale esenzione contributiva e fiscale, i premi di risultato dei dipendenti che superino i 50 mila euro di reddito annuo? Inoltre, sarà possibile convertire in welfare anche la parte del premio di risultato che superi i 2 mila euro da parte dei percettori di reddito inferiore a 50 mila euro annui? La questione non è di poco conto.
Ricordo che la citata legge di Stabilità del 2016 ha reso stabile la normativa sull’imposta sostitutiva (cd. detassazione) alla quale devono essere assoggettati, salvo rinuncia da parte dei dipendenti, i premi di risultato fino a euro 2.000,00 (elevabili a € 2.500,00 solo se i lavoratori sono coinvolti nella organizzazione e gestione dell’attività che genererà il premio di risultato).
La legge prevede, inoltre, che i premi di risultato, maturati dai lavoratori che hanno un reddito non superiore a 50 mila euro nell’anno precedente la percezione del premio, siano tassati con una imposta fissa del 10% in sostituzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali comunali e regionali.
Sempre la legge di Stabilità, per tornare al quesito di prima, ha previsto che “le somme e i valori di cui al comma 2 e all'ultimo periodo del comma 3 dell'articolo 51 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, non concorrono, nel rispetto dei limiti ivi indicati, a formare il reddito di lavoro dipendente, né sono soggetti all'imposta sostitutiva disciplinata dai commi da 182 a 191, anche nell'eventualità in cui gli stessi siano fruiti, per scelta del lavoratore, in sostituzione, in tutto o in parte, delle somme di cui al comma 182.”.
Orbene, dalla lettura della norma sembrerebbe che qualsiasi premio di risultato sia convertibile in welfare, indipendentemente dal meccanismo della cd. detassazione. Anzi, il legislatore ha tenuto a precisare che in caso di convertibilità del premio di risultato non è applicabile neanche l’imposta sostitutiva del 10%.
In attesa dei chiarimenti delle Entrate
Con molta probabilità, l’Agenzia delle Entrate, proprio per scongiurare minori entrate tributarie, si orienterà per lasciare fuori dal meccanismo della convertibilità del premio di risultato tutti i percettori di reddito superiore a 50 mila euro ed anche la parte di premio di risultato che eccede i limiti di 2.000,00/2.500,00 euro per chi avesse un reddito annuo inferiore a 50 mila euro.
Se così fosse andremmo a ledere i principi costituzionali previsti dall’art. 23 Cost. laddove prevede che “Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Ma non solo, risulterebbero lesi anche gli att. 3 e 53 della Costituzione.
Ma senza scomodare la Costituzione, una riflessione è d’obbligo: in questo momento le imprese non hanno affatto bisogno di incrementare i costi, semmai il contrario, e i lavoratori, invece, hanno necessità di un salario competitivo che abbia un maggiore potere di acquisto. L’attesa del pensiero dell’Agenzia delle Entrate, però, non giova ai lavoratori.
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(*) Potito di Nunzio è stato rieletto Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro della Provincia di Milano per il triennio 2016 - 2019.
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Comunicato stampa 12/5/2016
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Fabrizio Callarà

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Possibile inviare gli accordi disciplinanti i premi di risultato per beneficiare della detassazione introdotta dalla legge di Stabilità 2016. Ieri, infatti, è stato pubblicato nella sezione “pubblicità legale” del sito del ministero del Lavoroil decreto 25 marzo 2016 che ne regolamenta i premi di risultato e la partecipazione agli utili di impresa (il 14 maggio ne era stata data notizia sulla Gazzetta ufficiale).

Salvo rinuncia espressa dei lavoratori, la tassazione agevolata al 10% ed entro il limite di 2.000 euro lordi, si applica ai premi di risultato di ammontare variabile la cui corresponsione sia legata a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione, misurabili e verificabili con i criteri indicati nel decreto ministeriale, nonché alle somme erogate sotto forma di partecipazione agli utili dell’impresa. La soglia dei 2.000 euro lordi è incrementabile sino a 2.500 euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i dipendenti nell’organizzazione del lavoro.

Le disposizioni si applicano al solo settore privato per i titolari di reddito di lavoro dipendente di importo non superiore nell’anno precedente a quello di percezione delle somme ad euro 50.000, al lordo delle somme assoggettate nel medesimo anno all’imposta sostitutiva del 10 per cento. Ulteriore condizione per fruire del beneficio è che le somme e i valori siano erogati in esecuzione di contratti collettivi decentrati (territoriali o aziendali) indicati dall’articolo 51 del Dlgs 81/2015.

Gli importi, a loro volta, possono essere convertiti in beni e servizi di welfare aziendale, beneficiando così, nel rispetto dei limiti indicati dall’articolo 51 del Tuir, dell’azzeramento della tassazione a carico del dipendente (si veda articolo a fianco).

Rispetto ai premi di produttività in vigore in passato, è decisa e in linea con le previsioni l’attuazione della volontà del legislatore di collegare l’agevolazione dei premi di risultato a effettivi aumenti di produttività.

Infatti, con riferimento ai criteri di misurazione e verifica degli incrementi, l’articolo 2, comma 2, del decreto prevede che gli stessi debbano essere previsti nella contrattazione territoriale o aziendale che disciplina i premi agevolati e che tali criteri possano «consistere nell’aumento della produzione o in risparmi dei fattori produttivi ovvero nel miglioramento della qualità dei prodotti e dei processi, anche attraverso la riorganizzazione del lavoro non straordinario o il ricorso al lavoro agile quale modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, rispetto ad un periodo congruo definito dall’accordo, il cui raggiungimento sia verificabile in modo obiettivo attraverso il riscontro di indicatori numerici o di altro genere appositamente individuati». Sembra ragionevole ritenere che i criteri di misurazione indicati nel decreto (che utilizza l’espressione «possono consistere») non siano gli unici utilizzabili, a condizione tuttavia che i medesimi siano idonei a quantificare, rispetto a un intervallo di tempo congruo, il raggiungimento dei miglioramenti.

Quanto ai principi di individuazione delle somme erogate sotto forma di partecipazione agli utili dell’impresa soggette al regime di tassazione agevolata del 10%, l’articolo 3 del decreto le riconduce agli utili distribuiti in base all’articolo 2102 del codice civile, soggetti al regime previsto dall’articolo 95, comma 6 del testo unico delle imposte sui redditi. Per questi ultimi non è necessario che l’accordo colleghi la distribuzione degli utili a parametri di misurazione della produttività.

Con riguardo poi alla partecipazione paritetica dei lavoratori nell’organizzazione del lavoro, necessaria all’innalzamento dell’importo da 2.000 a 2.500 euro lordi, l’articolo 4 del decreto ne chiarisce l’ambito applicativo, indicando che gli accordi territoriali o aziendali debbano realizzarla attraverso un piano che stabilisca, ad esempio, la costituzione di gruppi di lavoro, con esclusione di quelli di semplice consultazione, addestramento e formazione, «nei quali operano responsabili aziendali e lavoratori finalizzati al miglioramento o all’innovazione di aree produttive o sistemi di produzione e che prevedono strutture permanenti di consultazione e monitoraggio degli obiettivi da perseguire e delle risorse necessarie nonché la predisposizione di rapporti periodici che illustrino le attività svolte e i risultati raggiunti».

Ulteriore condizione per fruire della tassazione agevolata al 10% riguarda il deposito in via telematica (secondo un modello allegato al decreto) dei contratti collettivi aziendali o territoriali - unitamente alla dichiarazione di conformità dei medesimi alle norme del provvedimento - presso la direzione territoriale del Lavoro competente, da eseguire entro 30 giorni dalla sottoscrizione.

Le disposizioni del decreto si applicano alle erogazioni effettuate dal 2016 e possono riguardare anche quelle che si riferiscono a premi e partecipazioni agli utili relativi al 2015, purché rispettino tutte le condizioni in materia previste dalla legge di stabilità 2016 e dallo stesso decreto. Per tutti i contratti sottoscritti prima della data di pubblicazione del decreto i 30 giorni per il deposito del contratto collettivo decorrono dalla data stessa e terminano il 15 giugno.
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Fabrizio Callarà

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Lavoro subordinato – Infortunio sul lavoro - Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali - Rivalsa dell'ente assicuratore - Fatto costituente reato per il quale è stata esercitata azione penale - Azione di regresso dell'INAIL nei confronti del datore di lavoro - Termine triennale di decadenza – Decorrenza.
In tema di infortunio sul lavoro per il quale sia stata esercitata l'azione penale, ove il relativo processo si sia concluso con sentenza di non doversi procedere o in sede dibattimentale per essersi il reato estinto a seguito d'intervenuta prescrizione, il termine triennale di decadenza previsto per l'esercizio dell'azione di regresso dell'INAIL decorre dalla data del passaggio in giudicato della sentenza penale e non dalla mera emanazione della sentenza, non essendovi stato un accertamento dei fatti-reato da parte del giudice penale.
• Corte cassazione, sezione Lavoro, sentenza 3 marzo 2016 n. 4225


Lavoro subordinato – Infortunio sul lavoro - Assicurazione obbligatoria - Azione di regresso promossa dall'INAIL - Azione esercitata in carenza di procedimento penale - Termine triennale di prescrizione – Decorrenza.
In tema di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, l'azione di regresso dell'INAIL nei confronti del datore di lavoro può essere esercitata nel termine triennale di prescrizione, che, ove non sia stato iniziato alcun procedimento penale, decorre dal momento di liquidazione dell'indennizzo al danneggiato, ovvero, in caso di rendita, dalla data di costituzione della stessa.
• Corte cassazione, sezioni Unite, sentenza 16 marzo 2015 n. 5160


Lavoro subordinato – Infortunio sul lavoro - Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali - Responsabilità - Rivalsa dell'ente assicuratore - Fatto costituente reato per il quale è stata esercitata azione penale - Azione di regresso dell'INAIL nei confronti del datore di lavoro - Termine triennale di decadenza - Decorrenza - Passaggio in giudicato della sentenza penale.
In tema di infortunio sul lavoro per il quale sia stata esercitata l'azione penale, ove il relativo processo si sia concluso con sentenza di non doversi procedere, il termine triennale di decadenza previsto per l'esercizio dell'azione di regresso dell'INAIL, di cui all'articolo 112 del dpr n. 1124 del 1965, decorre dalla data del passaggio in giudicato della sentenza penale e non dalla mera emanazione della sentenza, non essendovi stato un accertamento dei fatti-reato da parte del giudice penale.
• Corte cassazione, sezione Lavoro, sentenza 5 marzo 2008 n. 5947


Lavoro subordinato - Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali - Responsabilità - Rivalsa dell'ente assicuratore - Mancato accertamento del fatto-reato da parte del giudice penale - Termine triennale di decadenza per l'azione di regresso dell'INAIL - Decorrenza.
Ai fini della decorrenza del termine triennale di decadenza previsto per l'azione di regresso dell'INAIL nel primo dei due casi previsti dall'articolo 112 del dpr n. 1124 del 1965 - caratterizzato dalla mancanza di accertamento del fatto-reato da parte del giudice penale- al passaggio in giudicato della sentenza dibattimentale va equiparato qualsiasi provvedimento, ancorché adottato nella fase precedente al dibattimento, che preclude, se non in presenza di una diversa situazione fattuale, la possibilità dell'avvio di nuove indagini quali la sentenza di non luogo a procedere e il decreto di archiviazione emesso ai sensi dell'art. 409 cod. proc. pen, essendo anche tale ultimo provvedimento assistito a differenza di quanto avveniva per il provvedimento emesso ex articolo 74 del codice del 1930 da una, sia pur limitata, efficacia preclusiva.
• Corte cassazione, sezione Lavoro, sentenza 6 settembre 2000 n. 11722
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