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Gigi Cavalli
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Per far sì che una storia sia piacevole, ci vogliono narratori capaci e soprattutto devi essere nel posto giusto al momento giusto. La cucina di Maria Pina ne è sempre l’esempio concreto. Essendo questa la “Settimana grassa”, mi parla delle tradizionali “chiacchiere”. Per farlo parte da lontano, va ai primi decenni del Novecento.

Nel nostro asilo infantile, costruito grazie alla tenace volontà del sacerdote don Emilio Bellentani ed alla decisiva generosità di alcune famiglie locali, come i Serpagli, i Biasotti, i Cappellini, e terminato dopo la Prima guerra mondiale, ci sono sempre state le suore di San Vincenzo de' Paoli, arcinote come “cappellone” per il vistosissimo loro copricapo. Queste religiose gestivano la scuola materna, insegnavano cucito e ricamo, provvedevano alla cura dei paramenti sacri della chiesa parrocchiale e insegnavano catechismo ai bambini.

Arriviamo agli anni ’50 e suor Luisa è la più conosciuta in paese. Era di origine reggiana, cugina dell’allora noto musicista Gorni Kramer, ed anche un’abile cuoca, tanto da non far rimpiangere le famose “Chiacchiere delle suore”, ricordate ancora oggi in paese per la lorò bontà.
Si trattava di una specialità molto leggera, ma anche impegnativa da preparare: bisognava prima arrivare a una sfoglia sottilissima, passata con il mattarello per quattro volte e poi friggere i "ritagli" in una padella rivestita di strutto. Le dosi: un uovo, un cucchiaio di burro, un cucchiaio di anice ed uno di zucchero, un pizzico di sale e farina quanto basta per ottenere un impasto morbido.

Le donne di Bedonia seguivano alla lettera questa ricetta e ottenevano così le chiacchiere, da degustare in famiglia e da offrire ai bambini mascherati che giravano di casa in casa per la “ricompensa”, a volte sommata a qualche uovo fresco di giornata.
Maria Pina ricorda bene anche i vestiti di quei ragazzi: pigiama a righe del nonno per il “Messicano”, la gonna della nonna per la “Zingara” e vestito largo e scarpe abbondanti del papà per il “Pagliaccio”… nessuno aveva, infatti, la possibilità di comprarsi un costume.

Anche le osterie offrivano le chiacchiere ai propri avventori per stimolarli a bere qualche bicchiere di più, in fondo erano giornate festose: “Tutti uomini –ci tiene a sottolineare Maria Pina- sì, perché alle donne non era consentito entrare, non stava bene, dovevano restare a casa”. Poi c’erano anche le ragazze più “emancipate”, e perciò le più “chiacchierate”: loro andavano a ballare mascherate “da Franchi” e quei vestiti erano costumi teatrali preparati, anche questa volta, dalle suore, per le recite in asilo, ed a prestarli era proprio la nostra suor Luisa.

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Ero indeciso se scrivere o no queste righe. Se ho deciso di farlo è perché penso che potrebbero servire a qualcosa. Quanto accaduto a Lavagna nei giorni scorsi, se pur in maniera differente, l’ho associato a un episodio avvenuto a Bedonia due mesi fa.
Il caso ligure è quello del quindicenne suicida trovato dalla Finanza con 10 grammi di hashish in tasca e altri 10 grammi nella sua camera da letto.
La dinamica bedoniese è il blitz delle forze dell’ordine all’Istituto Z-F. Da quanto mi risulta, in questo ultimo controllo scolastico, non è stato trovato neanche un grammo di sostanza, ma solo tracce in due zaini che l’avrebbero contenuta in precedenza.
 
A Parma e provincia, nonostante la delicatezza del caso, se ne è parlato ugualmente e ampiamente: “Operazione antidroga allo Z-F di Bedonia”. A chi giovano questi titoli? Soprattutto alla luce del risultato negativo dell’intervento.
Il caso di Lavagna è differente perché è stata la madre a fare la segnalazione alla Guardia di Finanza, ma ad accomunare i due casi c’è l’età dei soggetti in campo: tutti studenti minorenni.
Fortunatamente a casa nostra non ci sono state conseguenze… però, in questo caso il “però” è d’obbligo. Poteva anche finire in altro modo. Giustificare l’anonimato non regge, viviamo in un piccolo paese e da sempre le persone sanno tutto di tutti.
Chi è in grado di determinare la reazione di un minorenne al clamore ottenuto attraverso i titoli scandalistici dei quotidiani e delle televisione?
 
Un’operazione come questa doveva restare circoscritta, riservata tra le parti, discussa nella sede opportuna, con la giusta delicatezza, con i giusti provvedimenti e nella maniera più indolore possibile.
Facendo di tutta l’erba un fascio sono stati giudicati all’unisono i duecento studenti che frequentano l’Istituto, oltre a screditare una scuola che, con fatica ed impegno, anche grazie ai nuovi indirizzi, è riuscita a rifarsi un nome in tutta la provincia.
Non voglio fare la morale o un processo alle intenzioni di altri, ma quando si trattano allo stesso modo delinquenti e ragazzi minorenni il rischio si fa serio e delicato, serve prudenza e la massima cautela, specialmente se poi finisce nel modo che nessuno si aspetta.
Figli e canne, nessuno si senta escluso. Lavagna ha appena dato una lezione.

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La dolcezza a Borgotaro ha solo un nome: Steckli o meglio Tagliavini. Le medaglie, da sempre, si conquistano sul campo e Ugo Tagliavini “Onelio”, non è stato da meno. Persona d’altri tempi, corretta fino all’osso, di una gentilezza autentica e non per dovere. Tutti pregi che contraddistinguono il bottegaio di una volta sopravvissuto ai tempi. Dietro a quel bancone, a pesare spezie o a impacchettare bignè, cannoli, morette e diplomatiche, ce ne ha passati sessanta dei suoi novant’anni. Una mancanza che si farà sentire, non solo in paese.

Quella della Drogheria-Pasticceria Steckli è una storia lunga, che inizia nei primi anni del novecento, quando una famiglia svizzera oltrepassò le Alpi per aprire un’attività a Borgotaro e proseguire in terra valtarese le proprie tradizioni. È loro la ricetta originale dei famosissimi “Amor”: una crema da “mille e una notte”, stretta tra due wafer a forma quadra. Oggi divenuto il simbolo di Borgotaro oltre al Porcino.
Negli anni ’50, la moglie di Ugo, la signora Maria Zecca, fu assunta in laboratorio e lì ebbe modo di imparare il mestiere più dolce del mondo: torte nuziali di croccante, spongate, torroni e pasticcini erano il pane quotidiano. Fino a quando, nel 1958, gli “Svizzeri” decisero di cedere il passo e la famiglia Tagliavini subentrò all’attività.

Da allora non hanno mai variato o personalizzato quanto gli era stato insegnato, una scelta vincente che ancora oggi contraddistingue la pasticceria per la qualità dei prodotti preparati ogni mattina all’alba. Anche la bottega, con i suoi profumi e i suoi aromi, è rimasta “congelata” nel tempo: la bilancia Berkel, la collezione dei liquori resi famosi da Carosello, i grandi vasi di vetro (con il coperchio d’alluminio) con dentro spumini, savoiardi, amaretti, caramelle, cioccolatini e confetti oppure quelli più piccoli con le spezie per le massaie.
Oggi, a portare avanti le tradizioni, ma senza far rimpiangere il passato, ci sono Giovanni e Paola, eredi non solo di un nome altisonante, ma testimoni del tempo.

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Nell’atrio del seminario c’è fermento, un andirivieni di persone, di ospiti, sacerdoti. Anche la saletta per le udienze è occupata. All’ora convenuta si apre la porta, esce mons. Lino Ferrari, anche se per me e per molti resterà semplicemente don Lino. Ci scambiamo un sorriso e un abbraccio, penso che per entrambi sia per il piacere di rivedersi nuovamente a Bedonia. Da quando la lasciò sono trascorsi vent’anni.
La chiacchierata inizia proprio su questa circostanza: “I tempi sono cambiati e soprattutto sono io ad avere vent’anni in più, considerando che in questo luogo vi ho trascorso otto anni da seminarista e venti da prete”. In pratica possiamo considerare il seminario la sua “seconda casa”.

Dopo qualche anno trascorso nella parrocchia piacentina del Preziosissimo Sangue, il vescovo lo nomina curato a Bedonia, era il 1977. Dopo tre anni la nomina a direttore spirituale del seminario, in seguito divenne prorettore, economo e infine rettore. Era il 1992. “Nel 1981, quando venni assegnato al seminario, c’erano ancora al suo interno otto seminaristi, ma fu anche l’ultimo anno ad accoglierli”. Un problema enorme, proporzionato alle dimensioni della struttura: “Non poteva e non doveva trasformarsi in un’immensa scatola vuota, ma come mantenerlo?”.

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Il futuro dei piccoli paesi sta anche nel proteggere i piccoli negozi. In valle non siamo fatti per grandi realtà. Un pacco di pasta, un litro di latte o un etto di prosciutto sono nulla per un ipermercato, mentre per un commerciate possono rappresentare la salvezza, anche quotidiana, per sbarcare il lunario.
Il problema è tutto qui: tenere in vita i centri storici, chi li frequenta e dare così un servizio a chi non si può spostare con l’auto. Una “bottega” sotto casa è comunque un presidio sociale essenziale per una comunità, non si può ignorarla.

LaboraTaro ha così deciso di concentrare l'attenzione su queste piccole attività del commercio locale di Borgotaro, organizzando un incontro sull'esperienza dei Centri Commerciali Naturali. Ad illustrare l’esperienza positiva del Centro Commerciale Naturale di Bedonia sarà presente Marco Mariani. Un’occasione questa per presentare e distribuire ai commercianti di Borgotaro un questionario, realizzato da LaboraTaro, per conoscere e approfondire i problemi e le prospettive delle piccole attività commerciali in paese, anche alla luce della prossima apertura di un grande supermercato nel quartiere di San Rocco. Una struttura commerciale che farà sentire la sua presenza in tutta l’alta valle e la viabilità modificata ad “imbuto” ne è la prova certa.

LaboraTaro nasce dalla volontà di un gruppo di cittadini, lo stesso che aveva animato l’esperimento “Dona un’idea al Borgo”, di costituire un’associazione di promozione culturale che stimoli il dibattito pubblico locale e promuova buone pratiche. Molti sono i temi che il gruppo ha già in progetto di affrontare nei prossimi mesi, un periodo difficile per l’economia, in particolare quella locale.

L’incontro si terrà giovedì 9 febbraio alle 21 presso Biblioteca Manara a Borgotaro

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Inutile girarci intorno, il problema c’è e si sente. Un’opinione credo di essermela fatta. Sottolineo “credo”. La questione “odore” si divide in quattro: azienda, cittadini, Amministrazione e lavoratori.

L’azienda. A mio parere, non si sta comportando correttamente. Se sono un “ospite” non posso e non devo alterare il comportamento abituale di chi mi accoglie in casa. Per essere considerato ben accetto, non un indesiderato, dovrei annunciare anticipatamente le mie esigenze, magari se fumo il sigaro, per essere così accettato o no da chi mi ospita.
Nel caso specifico non si tratta di una casa, ma di un intero paese con 7.000 abitanti, perciò bisogna rispettarlo, soprattutto se rinomato a livello internazionale per le sue prerogative ambientali, ricettive e turistiche. Molte aziende hanno e stanno investendo su questi tre settori.
Non si può farla da “padrone” solo perché sull’altro piatto della bilancia ci sono i destini di decine di famiglie. Come, se e quando pensano di risolvere il problema? A questo punto sarebbe giusto saperlo!

I cittadini. Da alcune settimane si sentono umiliati, maltrattati e impotenti. A San Rocco sono pressochè blindati in casa o in ufficio. Nessuno non vuole la fabbrica “per carità”, ma che questa li rispetti sì, lo pretendono, è un diritto sacrosanto.
In queste settimane stanno cambiando le loro abitudini. Semplici gesti quotidiani come quello di mandare il proprio figlio al campetto a giocare, andare in palestra, fare una passeggiata lungo il fiume Taro, sono stati compromessi dal timore di respirare chissà cosa…. non sono grissini quelli che preparano. L’agenzia ARPAE riferisce che è tutto a posto, ma questa sicurezza cede il passo al dubbio, alla paura. Ora una semplice bronchite, il bruciore agli occhi, un urto di vomito può fare pensare al peggio. Non auguro a nessuno di trovare sul proprio percorso delle “mamme incazzate”, al mondo non c’è di peggio.

L’Amministrazione. Sono convinto che questo problema se lo sia trovato addosso come un pugno sferzato inaspettatamente da un passante. Da un lato vorrebbe salvaguardare la società e i lavoratori, dall’altra i cittadini e l’ambiente. Ora si trova tra l’incudine e il martello. Una situazione difficile per compensare le due posizioni. Confido perciò nelle sue capacità risolutive. Credo che però qualche leggerezza ci sia stata e che abbia sbagliato a personalizzare come “sua” questa nuova realtà produttiva, ma i motivi elettorali erano oltremodo incombenti.

I lavoratori. Anche loro, come noi, respirano, ma non possono esprimersi. Li capisco. In sostanza non sanno che pesci pigliare, da che parte stare. Qui non ci sono molte alternative a quei 1.000 Euro al mese.

In conclusione, per poter continuare a convivere tutti assieme serve al più presto un incontro, franco e trasparente, tra queste quattro parti, attualmente divise sulla carenza di fiducia reciproca. È l’unica soluzione possibile, meglio se coordinata da una persona al di sopra delle parti.

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È arrivata questa mattina. È lì davanti a me: la apro o non la apro? Meglio sapere o non sapere?
Alla fine l’ho aperta. Un colpo al cuore. La realtà è una sola: riceverò la pensione nel 2034, se considero che ho iniziato a lavorare nel 1983... altro che depressione. 
Poiché non c’erano i soldi sufficienti per i francobolli, di questa lettera ne avrei fatto anche a meno, avrei iniziato l’anno in un altro modo, più serenamente.
Eppure la "Busta arancione" riporta parole incoraggianti, che dovrebbero trasmettere felicità: “Con la speranza di renderle un servizio gradito, le comunichiamo i valori previsionali della sua pensione”. Invece no, ho trovato questo servizio ansiogeno e allarmistico.
2034… duemilatrentaquattro… una data che non riesco a vedere, a idealizzare. Mi ha fatto lo stesso effetto quando da bambino pensavo al 2000, a quel futuro che scorgevo lontano anni luce, talmente distante da renderlo irraggiungibile.
Eppure è stampato tutto lì dentro, nero su bianco, tra calcoli e ipotesi, ma con un solo risultato: farmi conoscere il futuro. Se avessi consultato il Divino Otelma sarei stato più entusiasta.
Perciò ho ancora 18 anni d'attesa e il dubbio sorge legittimo: Vivo, Morto o X ?

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Anch’io ho guardato il TG di Videotaro. L’annuncio del Sindaco Rossi era molto atteso. Non ero il solo, ad attenderlo c’era tutta Borgotaro. Non è stato per nulla tranquillizzante, tanto meno esaustivo. Forse per lui e gli Enti di controllo, non certo per la popolazione.

Sono le 20.10, sono in casa, finestre chiuse, lontano all’incirca un chilometro (linea d’aria) dalla zona artigianale di San Rocco, ed anche in questo momento sento l’odore che sta invadendo l’intero paese da circa un mese. Non si tratta di un profumo ammaliante, bensì di plastica cotta, acre, sintetico, nulla di buono. Il dubbio c’è e rimane: cosa stiamo respirando?
Il bruciore alla gola, urti di vomito e il bruciore agli occhi lamentati da alcuni cittadini sono un chiaro segnale che quello che c’è nell’aria non è profumo di pane.

Sinceramente mi aspettavo che questa sera fosse mostrato un comunicato con le analisi ufficiali, un documento che attestasse la qualità dell’aria. Invece niente. Solo parole.
Il rilievo sarà anche a norma, ma la soglia qual è? I dati rilevati quali sono? Si possono avere? Ma aldilà dei dati tranquillizzanti, non è accettabile, non si può vivere con questa esalazione persistente, nemmeno fosse “Violetta di Parma”.

P.s.
In attesa dei dati ufficiali, una revisionata al cartello di benvenuto sarebbe da prevedere.

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Da sempre ogni Comune ha avuto i suoi Vigili Urbani, dove ruolo e funzione era più o meno regolata in base alle vere necessità. Alcuni di loro sono diventati leggendari: Mariani a Borgotaro; Varacchi lo "Sceriffo" ad Albareto; Battoglia a Tornolo; Biasotti, Taburoni e Squeri a Bedonia, oltre a Mallero, ricordato come “L’inflessibile” nonostante abbia ricoperto il servizio solo qualche anno.

Poi ci sono quelli di oggi, ad esempio Figoni a Tornolo è un vigile a “metà”, nel senso che la sua mansione la divide come autista dello scuolabus, oppure il vigile di Compiano Rossi (ora in pensione), che principalmente faceva l’idraulico comunale… ricordo che quando c’era bisogno di scortare il gonfalone si toglieva la tuta per indossare la divisa. Insomma, i tempi sono cambiati e con loro la funzione che rappresentano.

Oggi nei nostri paesi c’è la Polizia Municipale. Una vera rivoluzione è però avvenuta il 1° gennaio 2017. Da questa data sono stati unificati i comandi dei nostri cinque Comuni, dando così vita al Servizio Intercomunale di Polizia Municipale Alta Val Taro. Ne fanno parte Albareto, Bedonia, Borgotaro, Compiano e Tornolo. Al comando di questa unità l’Ispettore Capo Giovanni Saviano.

Questo modello di organizzazione rappresenterà un nuovo modo di presidiare il territorio con strumenti e una comunicazione al passo con i tempi. Ad esempio a Borgotaro i tablet dei vigili saranno connessi con le telecamere OCR (di prossima installazione) che restituiranno in tempo reale la rilevazione: targa di veicoli rubati/segnalati, non assicurati o non revisionati. A Bedonia l’accesso alla ZTL sarà monitorata per mezzo di due varchi (entro l’estate). Bedonia ha anche promosso il progetto “Vigile Amico”, ovvero un percorso collaborativo tra vigili e cittadini di 40 giorni, in altre parole sono stati “ammoniti” con un avviso, e perciò non multati, i veicoli che infrangevano le regole di circolazione.

A Bedonia sono già state individuate delle “zone calde” dove è maggiore l'inosservanza dei divieti, tra queste non compaiono però due vie del centro storico. Colgo l’occasione per segnalare la totale assenza di cartelli segnaletici e righe orizzontali in via Vittorio Veneto, mentre nella “nuova” Via Trieste c’è il solito trambusto: 9/10 auto in sosta anziché le 3 consentite e il parcheggio disabili sempre “occupato”. Due vie secondarie dove vige, da sempre, l’anarchia più assoluta.

Nella giornata di San Sebastiano, Santo patrono del corpo, c’è stato un incontro nella sala consiliare di Bedonia dove è stato riassunto il lavoro svolto nel 2016 e sono state rilasciate tre onorificenze: due ai vigili D’Ambrosio e Saviano per l’impegno svolto nelle settimane scorse nelle zone terremotate e una al vigile Capitelli per il raggiungimento della pensione (foto allegate).

Un progetto questo personalmente percepito come un primo passo verso il vero “dialogo” tra Amministrazioni, sperando che l’innesto di questa nuova “pianta” dia anche altri e buoni frutti.

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Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’. Da quando sei partito sei finito in prima pagina: La Repubblica-Parma, Videotaro, Gazzetta di Parma.
Una notizia scioccante che ha frastornato tutta la popolazione di Bedonia e l’intera valle. A dar man forte allo “scoop”, anche le locandine del quotidiano appese domenica alle edicole. Tutti parlano di te.
Tre voci principali, pubblicate da tre editori diversi, ma provenienti da un’unica fonte. Probabilmente dalla denuncia. Passi la cronaca, meno tirare somme.
Lo sconcerto è stato il classico fulmine a ciel sereno e tante voci dubbiose si sono levate: sei comunque conosciuto, hai degli amici, la compagnia per fare due tiri a basket o il giro in bicicletta la domenica.
Nessuno vuole santificarti, ma sei stato descritto, senza tanti giri di parole, come un annoso criminale e perciò da incarcerare nelle patrie galere.
Ora la giustizia farà il suo corso. Non so quando ci rivedremo, ma se nel frattempo mi chiederanno se sono tuo amico, risponderò “Sì”, senza diventare rosso in faccia. Volevo si sapesse.
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