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Gigi Cavalli
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Niente di stravagante o di straordinario. Sarebbe stata una notte come tante se non per le bizze del cielo.
A guardarlo era un piacere. Lampi. Tantissima luce. Per quasi mezz’ora è stato un susseguirsi di scariche elettriche: alte, multiformi, potenti, infinite. In quei momenti il cielo sembrava una polveriera al culmine di un'esplosione. Poi i tuoni e poi il vento. Il risultato è stato di rapimento. Gli occhi sono stati lassù per tutto il tempo. Per meglio godermi lo spettacolo mi sono seduto sul terrazzo, comodo, con lo sguardo tra l’Orocco e il Ragola, sopra l’alta Valceno.
Era là che imperversava la “battaglia”, aerea naturalmente. A ogni secondo un bagliore, un zig-zag che si ramificava tra le nuvole e gli alberi, ininterrotto. Un cielo emozionante.
In realtà siamo esseri senza mani: le emozioni e i sentimenti non si lasciano afferrare o toccare, e pensare che sono loro che condizionano e dirigono la nostra vita, quella che noi costruiamo anche, e soprattutto, con le mani e a cui diamo tanta importanza. Nel prato di sotto un paio di cicale frinivano inconsapevoli, poi il silenzio, la pioggia era arrivata anche da noi.

Verso mezzanotte tutto era passato. Rimanevano solamente nuvole spazzate dal vento, spente nella notte. Ma anche loro, se lo desideri, ti sanno rapire. È altrettanto incantevole seguire un aeroplano intermittente per poi vederlo sparire dentro alla morbida montagna. Non potrei mai affrontare una giornata senza guardare le nuvole. Mi piace guardarle mentre si rincorrono come bambini. Mi conquistano quando arrivano lente e improvvisamente spariscono. Quando le vedo ingrassare e di colpo snellirsi. Quando mutano il colore come dentro a una tavolozza con il nero e il bianco. Quando si annunciano con rumore e si sfogano come rubinetti rotti. Esattamente come questa notte.
Quando le vedi correre veloci quanto il vento che le muove. Quando si mettono tra noi e il cielo e poi ci sorridono scherzando. Persino quando hanno il coraggio di cancellare le stelle di gesso su una lavagna nera. Il cielo è il segreto della nostra esistenza e la notte è la sua custode.
Le nuvole sono solo un inganno, un piacevole tranello per indurci ad alzare gli occhi al cielo, altrimenti ci dimenticheremmo di farlo. È lì che i pensieri vengono a galla, così la mano scrive e il cielo è dappertutto.
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È veramente una bella occasione quella che si è aggiunta al già ricco calendario delle manifestazioni legate al prossimo autunno borgotarese. Oltre alla fiera, la degustazione e la ricerca del noto fungo locale, il pregiato Fungo IGP di Borgotaro, avremo ora un’opportunità in più: la visita guidata al super tecnologico stabilimento ceramico borgotarese. A questo punto mi sento in obbligo di fornire il mio contributo in modo da pubblicizzare l’avvenimento e migliorarne la riuscita.

All’eccezionale evento manca circa un mese, perciò fa ben sperare che lungo il percorso industriale, tra robot di ultima generazione “Ohh che bello”, pavimenti tirati a lucido "Ohh che pulizia" e dipendenti con il camice bianco o con la polo inamidata "Ohh che serietà", possano essere rese evidenti, come in una sorta di Via Crucis, le tabelle informative relative a tutti i componenti di lavorazione (compresi quelli segretati) e i dati rilevati da parti terze ed indipendenti riguardanti le emissioni a camino 24/24.
Speriamo anche che in questi due giorni di visita i macchinari non siano spenti, ma tutti funzionanti, spinti al massimo consentito e utilizzati per realizzare le tonalità scure. Se così fosse sarebbe davvero un bel segnale di trasparenza, una buona occasione per dimostrare che quelle che girano in paese sono tutte dicerie di psicolabili e sofferenti immaginari.

A questo punto mi permetto un suggerimento agli operatori turistici locali, quello di aggiungere al calendario delle manifestazioni, oltre alle varie escursioni naturalistiche per conoscere i bellissimi dintorni borgotaresi, la possibilità, ovviamente per chi ne avesse voglia e coraggio, di arrampicarsi fino all’innocuo camino E13 e per i più avventurosi offrire anche la possibilità di scalare il rassicurante e slanciatissimo atomizzatore...

Com’era quel proverbio: “Quando il saggio indica la Luna lo stolto guarda il dito” ?
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Nessuno lo ha dimenticato. Nessuno. Figuriamoci poi a Bedonia. Arturo Curà è più vivo che mai. Almeno io lo sento ancora così: vicino. Per capirne i motivi è sufficiente accostarsi alle sue passioni: ascoltare una canzone dialettale, perdersi in un quadro, guardare un film, leggere uno dei suoi racconti, rivenderlo nei servizi creati per Videotaro. Una sorta d’immortalità... perché si sa, i “grandi” non muoiono mai. È proprio questo il destino riservato a chi si è distinto in vita, a chi lascia un’importante eredità, in questo caso trasformatasi in uno dei simboli della nostra cultura locale.

L’idea di organizzare una rappresentazione dedicata a lui, all’arte di Arturo, in questo caso musicale, è nata immediatamente, l’undici marzo scorso, nel giorno che ci ha lasciati. Amministrazione Comunale e Pro Loco di Bedonia hanno da subito riservato una serata estiva per eseguire le sue canzoni e leggere alcuni dei suoi testi. La band prescelta per interpretarlo non poteva che essere la sua: Fiorello Biacchi, Massimo Armani, Franco Brugnoli, Marco Antoniazzi, oltre ad un ospite d’eccezione alla fisarmonica e sax, Andrea Coruzzi. La lettura di brevi testi, tratti da alcune sue pubblicazioni, saranno letti da amici e attori del nostro teatro.
L'appuntamento è per giovedì 9 agosto, alle ore 21, nella piazza del Municipio a Bedonia.

Non solo, durante il mese d’agosto sarà allestita in via Garibaldi, sempre grazie all’impegno di Amministrazione Comunale e Pro Loco di Bedonia, una sua mostra pittorica. I quadri che Arturo conservava nel suo studio sono un centinaio, di questi la metà saranno esposti e potranno anche essere venduti a chi ne farà richiesta.
Ornella, Valentina e Francesco hanno espresso la volontà che l’importo raccolto per l’ingresso a offerta del concerto e una parte del ricavato della mostra, debba essere destinato all’associazione di volontariato “Insieme per Vivere”. Vi aspettiamo!
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Separarsi da un’amica è sempre qualcosa di molto complicato, specialmente se si tratta di un’amica di vecchissima data, una persona con cui hai condiviso una parte della vita.
Quando per la prima volta parlammo della sua malattia, dopo la diagnosi, capii che avrebbe lottato con forza e serenità. Quel giorno, vedendo un poco di smarrimento e forse di paura nei miei occhi, mi disse: “Elena, dobbiamo morire tutti prima o poi, qualcuno morirà prima, qualcuno dopo, ma è il destino di tutti”. Sorrisi e le risposi: “Hai ragione Cinzia, hai perfettamente ragione”.

Nei quasi due mesi che seguirono, da quel giorno, non pronunciammo mai più la parola morte. Cinzia aveva troppa voglia di vivere, aveva fame di vita, ed ha sempre accettato la malattia, non l’ho mai sentita lamentarsi di quello che le era successo. Ha affrontato la malattia con coraggio e forza, ha sempre cercato di continuare a vivere e gioire della vita. L’ultimo suo compleanno lo abbiamo festeggiato tante volte, credo che ne sia stata felice: una cena a casa mia, una gita a Lucca e a Vadonnino dove abbiamo suonato con le chitarre come non facevamo da tempo, anche lei, stonata come me, cantava forte e sorrideva felice.

L’ultima volta che ci siamo parlate, circa un mese fa, è venuta in ufficio: “Vieni a bere un caffè?”. Le ho risposto che ero sola e non potevo, ma poi l’ho guardata nei suoi occhi ormai stanchi e provati dalla malattia e ho cambiato idea: “Chiudo la porta e vengo”. Mi ha sorriso e so che quello è stato il suo ultimo saluto.

Grazie Cinzia. GRAZIE. Grazie per quello che hai insegnato a me e a tutte le amiche durante la tua malattia. Ogni volta che ci incontreremo per una pizza o un caffè, tu sarai lì con noi, farai sempre parte dei nostri racconti e della nostra vita. Non dimenticherò non ti dimenticheremo.
Buon viaggio “Centona”.

Elena Bracchi
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Con l’arrivo dell’estate e con la rievocazione del Bar Mellini, a Maria Pina è venuta alla mente una simpatica visione che riguarda il nostro paese. Potevo farmela sfuggire? Certo che no. Così me la racconta.

Il periodo è quello a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. Con il caldo e la fine della scuola, tante ragazze di Bedonia uscivano di casa per passeggiare, prendendosi “a braccetto”, su e giù per via Garibaldi. Alcune di loro iniziavano anche a frequentare il bar da sole, ossia non accompagnate, conquista non da poco, perché il bar era solitamente una predilezione tutta al maschile, che fu poi fatta propria dalle ragazze nel periodo successivo ai campi estivi militari collocati presso il bosco dei Brugnei (oggi piscina). E fu solo col passare degli anni che le signorine disinvoltamente sedevano al bar, andavano a ballare pagandosi l'entrata e decidendo con chi ballare, oppure si facevano vedere sedute ai tavoli con dei ragazzi, anche se non erano i loro fidanzati.

Prima di questa “libertà”, l'unico modo di farsi guardare era appunto quello di passeggiare sottobraccio tra amiche. L'itinerario era sempre lo stesso: pecorrere tutta la centrale via Garibaldi fin dal bar di Pelino, poi, al ritorno, proseguire per via Mons. Checchi, dove all’altezza della “Caserma vecchia” c’era il nuovo dietrofront. Due limiti invalicabili, andare oltre si rischiava la strigliata famigliare, oltre a quella delle suore o della Presidente dell’Azione Cattolica, e in tal caso si rischiava la perdita della reputazione, quella di “brava ragazza”.

Il punto “clou”, quello più rilevante e anche più “pericoloso”, era il passaggio davanti al Bar Mellini, dove le nostre fijöre si sentivano come accerchiate su tutti i fronti. Ai tavolini, ma anche sulla ringhiera di fronte (quella della famosa “buca” a fianco della Banca Popolare), sedevano i giovanotti in attesa delle loro “prede”: ammiravano, giudicavano, facevano commenti e ovviamente graduatorie.
I pretesti per restare fuori di casa più a lungo erano sempre gli stessi, inattaccabili: il mese di maggio, la messa, rosari o novene, tutto andava bene pur di aver l’occasione di sfilare davanti al “Mellini”.

E capitava così, anche, che la “sfilata” desse troppo direttamente i suoi frutti, nel senso che qualcuna di loro si “lasciava andare” con qualche uomo, magari restando incinta fuori dal matrimonio. In tal caso, si sentenziava: “A l'à persu i tacchi”; e per la ragazza era finita: o si sposava con chi l'aveva “disonorata” o lasciava Bedonia, perché restando difficilmente avrebbe potuto trovare marito.
Rischio o non rischio, fatto era che le ragazze ciondolavano avanti e indietro per tutta l’estate, rompendo i tacchetti delle scarpe tra una pietra e l’altra della strada, e alle loro mamme non restava che dire: “Chì l'ünicu che ghe guadagna l'è u Felice”.
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Gli habitué del primo caffè del mattino hanno trovato le luci spente, le tende tirate e sulla porta un bel cartello bianco con su scritto: “Chiuso”. Era il 1° gennaio 2016. A chiudere non era un bar, ma il Bar Mellini. Un’amarezza infinita. Una lunga storia senza il lieto fine. Nei giorni a venire Bedonia pareva persino azzoppata, quasi fosse stato cancellato uno dei suoi simboli più rappresentativi della “bedoniesità”.

Che cosa rappresentasse questo luogo per i bedoniesi, e non solo per loro, ne ho la consapevolezza, ma non avendolo vissuto in prima persona, ho chiesto a Remo di raccontarmi un po’ del suo passato. Per farlo bisogna fare un salto indietro nel tempo, agli anni ’30, a quando Albis Mellini e Luisa Pioselli aprirono la loro osteria-trattoria. A quei tempi, in ogni locale pubblico, oltre a bere un bicchiere di vino o un caffè, c’era la possibilità di mangiare un piatto caldo.

Il clou del locale fu però raggiunto durante i favolosi anni ’50 e ’60, quando subentrò la figlia Duina Mellini fresca del matrimonio con Lino Ambanelli. È da quel momento che il "Mellini" diventò l'effige, la balera estiva della Valtaro, il punto d’incontro dei giovani, in pratica il “salotto buono” del paese. Sì perché per quei tempi era un luogo esclusivo, inavvicinabile, riservato ai grandi, alla gioventù alla moda. Il servizio ai tavoli era svolto da Gigi Keber, il cameriere per antonomasia con tanto d’inappuntabile divisa: giacca nera, camicia bianca e farfallino nero.
Il punto centrale del bar era la terrazza, dove, nelle sere d’estate, si ballava con qualche complessino o con i dischi del juke-box e le luci si riflettevano nel sottostante torrente Pelpirana, creando magici effetti.

Nel 1970 subentrò nella gestione il signor Previdi che proveniva da Parigi dove era emigrato. Persona squisita, ma pretendeva che la clientela fosse composta e silenziosa come quando andava in chiesa, l’esatto contrario della precedente gestione. Il suo intento era di dare un tocco di signorilità e raffinatezza ma, come spesso accade, ci furono recriminazioni da un lato e compiacimenti da chi era allineato al suo pensiero. La clientela più giovane era ripetutamente ripresa e in molti abbandonarono il locale. In attesa di trovare un altro bar, più consono alle loro prerogative, i più presero il posto a sedere sulle ringhiere metalliche, quelle poste sul lato opposto dell'ingresso, quelle che delimitavano la “Buca di Mellini”, e ciò permetteva loro di osservare l’andirivieni delle ragazze pur non frequentando il bar.

La conduzione “parigina” durò poco, nel 1972 passò nuovamente di mano e con l’occasione cambiò anche il nome, diventò “Bar Gianni” poiché Gianni Bruni con la moglie Rosetta Malpeli, rientrati dall’Inghilterra, diventarono i nuovi proprietari e il bar tornò a essere il “Mellini” di sempre. La coppia, a partire dal dicembre 1979 fino all’estate del 1983, aprì la discoteca “La Piramide”, locale posto proprio sotto al bar (vedi link allegati), altro luogo indimenticabile per la generazione di quel periodo.
Dal 1983 al 2015 la gestione passò alla famiglia Moruzzi e Teresa e dopo una lunga gestione è stata l’ultima barista a servire il caffè nelle memorabili tazzine Tubino e a preparare i suoi gustosi gelati, tra questi il buonissimo gusto Vaniglia Viva.

Dallo scorso 4 luglio il bar, dopo due anni e mezzo trascorsi con le luci spente, è diventato il Ristorante Mellini. Questa però è un’altra storia, la prossima da raccontare, perché lo sappiamo, i luoghi mitici non muoiono mai.

P.s.
Ringrazio Roberto Ambanelli per la gentile disponibilità a fornirmi le foto di famiglia qui allegate.
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Ci risiamo. I camini hanno ripreso a fumare, di giorno e soprattutto di notte, significa che la produzione non è più all’acqua di rose come nell’ultimo mese, ma è ripresa alla grande e quando “spingono” alle Spiagge e a San Rocco si smette di respirare. L’odore e i disturbi sono tornati a essere quelli di sempre: insostenibili.

Facciamo un passo indietro, andiamo alla fine di Aprile, quando la “Fabbrica” pensò bene di iniziare a “tappare” le bocche dei cittadini più reazionari, quelli meno consoni al silenzio. C’era bisogno di un segnale forte in modo da piegarli all’accettare una situazione paradossale come quella che si è venuta a creare a Borgotaro. Oggi, in taluni casi, stiamo invece assistendo a uno strano fenomeno, forse per un cambio di tattica, un modo di agire da soli, senza intermediari politici, e l’attività autoreferenziale della loro nuova pagina Facebook ne è la conferma.

In questi diciotto mesi se ne sono viste un po’ di tutti i colori, ma sempre con lo stesso comune denominatore attuato da Enti, Regione, Amministrazione, Politici e Azienda: negare, negare, negare. Contestare tutto, anche l’evidenza, sostenendo che anche gli asini volano. Respingere al mittente le responsabilità, ridimensionare le evidenze, trasfigurare dati e sconfessare malesseri è, a oggi, la loro maggior attività. Compreso il misterioso blitz di tecnici e medici avvenuto nel maggio scorso presso la scuola di San Rocco, sede di diversi problemi riscontrati a danno di docenti e alunni.

Tutto è incredibilmente assurdo. Si è persino arrivati, pur di pararsi il culo a vicenda, a trovare il modo di non correlare causa/effetto delle emissioni presenti nell’aria e soprattutto a ripetere come un mantra che siano “solo” una cinquantina le persone che riscontrano problemi. Peccato che i numeri, in questi diciotto mesi, siano ben altri: 2.128 le segnalazioni e 378 le persone diverse che le hanno effettuate.

Come si spiega allora la singolarità che la “Fabbrica”, sempre quella che produce barrette di cioccolato e non derivati chimici, sempre la stessa “Senza macchia e senza peccato”, abbia visto ridursi l’autorizzazione a produrre da 690 a 190 tonnellate al giorno, e oggi sieda al “Tavolo di Garanzia”, lo stesso voluto ed istituito dalla Regione per risolvere il problema? Una scelta a garanzia di chi? Dell’azienda o della popolazione?

Un dubbio legittimo che non ha convinto la Minoranza Consiliare, l'Associazione per il Futuro delle Nostre Valli e il Comitato L'Aria del Borgo. Gli iscritti di quest'ultimo hanno discusso e votato di non accettare il protocollo perché ritenuto troppo clemente nelle premesse di quanto accaduto, e poco chiaro negli obiettivi e nei poteri del Comitato Tecnico Scientifico (vedi link per approfondimento).

Per meglio comprendere la funzione e lo sbilanciamento di questo “Tavolo” è sufficiente “soppesare” gli elementi che lo compongono: Sindaco di Borgo Val di Taro, Diego Rossi; Ausl di Parma, Gianluca Pirondi; Arpae, Eriberto De Munari; Laminam, Michele Patrizio Perozzi e Gilberto Rabitti; Cgil, Paolo Spagnoli; Cisl, Germano Giraud; Uil, Giuseppe Rossi; CNA, Domenico Capitelli; Unione Parmense degli Industriali, Chiara Albertini; Legambiente-Circolo Alta Val Taro; Associazione Piccoli Produttori Alta Val Taro, Renata Rapaccioli. Oltre alla coordinatrice Dott.sa Angelini ne fanno parte Enrico Dallara designato da Comune Borgo Val di Taro; Maurizio Impallomeni e Rosanna Giordano per Ausl; Francesco Saverio Violante e Ivano Panini per Laminam; Andrea Minutolo e Edoardo Bai per Legambiente, Eugenia Marchi e Leonardo Tognotti per l´Unione Parmense degli Industriali; Daniele Uboldi per l'Associazione Piccoli Produttori Alta Val Taro.
 In quanti punteranno il dito? Tre, il resto sono solo “Chiacchiere e distintivo”.

Non sarebbe stato sufficiente, con modalità, tempi e garanzie assolute, predisporre il controllo a camino H24 e la verifica dei dati affidata a parti terze e indipendenti? Forse era troppo semplice e i dati non sarebbero stati interpretati a dovere? 
Ma al di là di tanti giri di parole, senza tanti indagini, senza spreco di denaro pubblico, un dato certo c’è già, ed è quello inconfutabile: diciotto mesi fa non c’era nulla di tutto ciò. A testimoniare che in questo periodo qualcosa nell’aria è cambiato, ora è possibile disporre della raccolta dati compiuta dal Dott. Mauro Bernardi, un’indagine puntuale, chiara ed evidente, basata su cifre e circostanze rilevate da fonte certa: medici di base, pediatri, pronto soccorso, Arpae e Ausl.
Roba da tapparsi occhi, orecchie e soprattutto naso!
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Sono andato a pranzare sul Passo del Cento Croci. Non perché abbiano riaperto l’omonimo bar-ristorante, ma per gustarmi il burger di Jacques: una delle ultime iniziative degne di nota, tutta “Made in Valtaro”. Si tratta di un’opportunità di lavoro per un giovane diciannovenne che ha avuto un’idea originale e tanta voglia di mettersi in gioco.
Due anni fa ha terminato la scuola, il corso enogastronomico di Bedonia, poi un anno di Erasmus presso un’enoteca di Bordeaux, dopodiché, al suo rientro in Italia, ha pensato a cosa fare da grande, la soluzione c’era e doveva solo attuarla: allestire un furgoncino per lo Street Food, non uno dei tanti in circolazione, ma uno che doveva puntare sull’alta qualità, sul biologico e con un prodotto a chilometro zero.

Il papà di Jacques, Corrado Ferrari, conduce un’azienda agricola ed è uno dei soci del Consorzio Allevatori Biologici Valtaro & Valceno, perciò la materia prima, la carne biologica al 100%, ottenuta dalle loro mucche Limousine, era assicurata e garantita. Una situazione ideale per avere una carne tracciata, sana e di qualità, ma soprattutto per distinguersi dagli altri venditori di strada. Non ha sottovalutato nulla, nemmeno il pane per preparare l’hamburger, infatti, ha scelto di farlo produrre con farine selezionate presso il panificio bedoniese di Squeri Giovanni, stesso accorgimento per i formaggi, prodotti dalla Fattoria Monte Pelpi di Bedonia.

È della scorsa estate il debutto della sua attività, chiamata simpaticamente “Bio Bove”, presso il Lido del Groppo, così, dopo un bagno nel Taro e la calura della spiaggetta assolata, i bagnati trovavano conforto con uno dei suoi sfiziosi panini. Quest’anno invece ha scelto la cima del Passo Cento Croci e lì soddisfare l’appetito di chi vi transita, chi per raggiungere il mare della Liguria e chi il nostro Appennino.
Durante la mia permeanza sul Passo, un’ora circa, oltre una decina di moto e altrettanti automobilisti hanno fatto sosta presso il suo furgoncino, tra questi una famiglia olandese che si è complimentata per quanto hanno degustato, anche se il vero stupore l’ho notato sul loro viso quando gli hanno chiesto la provenienza di quella carne biologica: “Eccola là”, risponde Jacques, indicando le mucche del papà, proprio quelle che stavano pascolando alle nostre spalle.
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Le sensazioni sono sempre le stesse. Anno dopo anno, anno dopo anno, dopo anno...
Poco importa se è fine giugno o inizio luglio, quando i Tigli sono in fiore c'è, si sente, si fa sentire, invade i sensi. Ti entra dentro, ti conquista. Ti rimane addosso come il profumo in una stretta di mano.
Quando capita ha persino il potere di scoperchiare i ricordi. A Bedonia è sempre stato così, talmente puntuale che lo chiamiamo "Profumo di Madonna di San Marco". E' la festa del paese, l'arrivo delle giostre, l'idillio di quando si era bambini.
Se si potesse racchiudere in un barattolo lo farei, lo metterei lì, sulla libreria, insieme ad altre centinaia di cianfrusaglie o di ciò che resta del passato.
Sarebbe un rimedio da "sniffare" per evadere dalla realtà, non quella abituale, ma quando sento il bisogno di dare luce alle ombre. Nostalgie, rimpianti o chissà che...
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Il 22 novembre 1956, in un piccolo paese come Bedonia, accade qualcosa che ancora oggi fa ricordare questa data. Probabilmente fu la concomitanza del matrimonio principesco, celebrato qualche mese prima tra Grace Kelly e Ranieri III di Monaco, a caricare l’attenzione dei Bedoniesi su uno sposalizio locale che, nel suo piccolo, poteva essere paragonato con quello sfarzoso di Montecarlo.
A raccontarmi questo evento è, ancora una volta, Maria Pina Agazzi, nonostante in quel periodo si trovasse in collegio a Piacenza: ma il clamore fu tale, che questo episodio le fu narrato più e più volte, tanto da sentirsi come una testimone a tutti gli effetti.

La bella Joan Angela Mazzocchi, ventenne, borghese e americana, andò in sposa al rampollo di una delle famiglie bedoniesi più in vista del tempo: Pier Luigi Lagasi detto “Jimmy”, discendente del Senatore Primo Lagasi, che a sua volta aveva sposato una nobildonna.
Tutto era nato qualche tempo prima, quando Joan Angela venne a Bedonia per le vacanze estive. Soggiornò presso i parenti a “Villa Capitelli”, in via Roma. È in quella circostanza che incontrò Jimmy, il bel play boy bedoniese.
Un matrimonio che si dimostrò un vero e proprio avvenimento, inconsueto per la Bedonia del dopoguerra. Altresì curioso perché venne celebrato di giovedì e non nella giornata di sabato, come avrebbe desiderato la sposa: “In quel giorno c’è gente in giro è meglio in settimana”, si giustificò Jimmy. Solo qualche anno dopo le venne confessato che scelse quel giorno per onorare il compleanno del suo amico fraterno Ginetto Carpani.

La cerimonia religiosa, a suon d'organo, fiati e violini, si tenne nella chiesa parrocchiale di Sant’Antonino, anche se gli sposi avrebbero desiderato sposarsi a San Marco, in quanto la famiglia Capitelli era amica di don Renato Costa, ma il parroco Mons. Emanuele Sanguineti non concesse la deroga per celebrare le nozze nel Santuario. I testimoni furono: per la sposa, il Dott. Gigi Rossi, marito di Sara Lagasi, mentre per lo sposo fu Marco “Sonny” Musa.
L’abito della sposa era meraviglioso, probabilmente era uno dei primi che si vedeva a Bedonia dopo la guerra. In quel periodo, infatti, la maggior parte delle donne indossava tailleur o soprabito. I Bedoniesi, e in particolare le ragazze, erano incantati da cotanto sfarzo, dall’eleganza e dalla grazia di quella giovane sposa.

Gli invitati erano tantissimi, così tanti che per farli sedere al banchetto nuziale fu affittato il Cinema Orfeo: e la sala cinematografica, così come la chiesa, fu addobbata sontuosamente con centinaia e centinaia di garofani bianchi e orchidee, mentre sul palcoscenico ci fu piazzata l’orchestra.
Il pranzo fu ordinato alla vicina “Trattoria Perito”, ma, vista la levatura dell’evento, coadiuvata da cuochi e camerieri del famoso “Ristorante Aurora” di Parma. Al pranzo, oltre a varie personalità del tempo, a tanti parenti e amici, c’era almeno un rappresentante di ogni famiglia di Bedonia, comprese le più umili, a testimonianza che questa famiglia Lagasi, nonostante contasse tra i suoi membri notabili e laureati, era semplice e alla mano.

La torta nuziale multipiano, preparata dalle indimenticabili e inimitabili sorelle Lisa e Lina Biasotti, fu un vero e proprio capolavoro, il coronamento di quella giornata da favola. Infine, dopo il taglio della torta, dalla galleria sovrastante, ci fu un copioso lancio di confetti, caramelle e cioccolatini.
Si racconta che, a notte fonda, molti degli invitati e dei curiosi aggiuntisi alla baldoria furono supplicati ad uscire dal cinema, e che alcuni di loro furono anche accompagnati a casa, poiché non erano in grado di raggiungerla sulle loro gambe.

Maria Pina sorride, le si illuminano gli occhi, chiedo se è per effetto di questo racconto fiabesco tornato sulla scena, ma scopro che è per tutt’altro motivo, il suo pensiero era rivolto alla pasticceria Biasotti: “Lo sai che adesso sento ancora distintamente in bocca il gusto dei loro savoiardi, degli amaretti e la crema dei cannoli? Quella sì che era una favola!”.

P.s.
Le fotografie allegate, spedite “Air Mail” dalla Florida in quanto rigorosamante su carta, mi sono state gentilmente inviate dalla coppia di sposi. Nelle immagini è possibile scorgere alcuni angoli di una Bedonia appartenente al passato, così come è possibile riconoscere tanti cari bedoniesi oggi scomparsi. Grazie di cuore, mi avete, ci avete fatto, un gran bel regalo!
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