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Cristiano Carriero
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Scrivo markette per campare e romanzi per passione. Ma un giorno invertirò la tendenza.
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ino a qualche anno fa approfittavo di questa settimana dell’anno per fare un bilancio – un po’ per ego, un po’ per lasciarne una traccia da non evadere – delle mie attività e per redarre una serie di buoni propositi per il nuovo anno. Tanto lo sanno tutti che l’anno inizia a settembre. Il capodanno del lavoratore nell’anno domini 2018 cadrà, a quanto pare, il 27 settembre. Il tempo di un paio di mail, quelle in cui chiedi “Ciao, come stai, sei tornato?” e ricevere la risposta automatica “Ciao, sono attualmente in ferie torno lunedì 27” (tranquilli, se si tratta di amministrazione tornano almeno due settimane più tardi), e di pensare che in fondo i miei buoni propositi non sono poi così interessanti per gli altri.

Quelli no, ma l’esperienza sì. Per esempio annoto per il terzo anno di fila, anche sulla mia pelle, che questo è un periodo dell’anno in cui noi freelance siamo particolarmente suscettibili. Ci credo, mentre gli altri fanno le ferie e guadagnano, noi paghiamo F24, anticipi, tasse e io per non farmi mancare nulla rompo anche la frizione. Fossi un’azienda alla ricerca di talenti da assumere farei una serie di proposte in questo periodo dell’anno, quello in cui anche i liberi professionisti più convinti accusano il colpo e sono tentati dall’idea di tornare in azienda.

Per consolarmi seguo una vecchia ricetta di mia madre, ripresa dal mio socio Marco, commercialista (oltre che project manager e content creator). Se paghi vuol dire che hai guadagnato. O pensavi che quei soldi erano tuoi?. Per semplificare vale anche la famosa frase “L’Iva è una partita di giro“. Che vuol dire poco se non sei un esperto contabile, ma rassicura. Perché se è un giro vuol dire che va e viene. Quindi fiducia.

E programmazione.

Perché questo è il momento giusto per pianificare il lavoro dei prossimi mesi. Il che non vuol dire solamente “bloccare l’agenda” ma prendere delle decisioni molto importanti sul tempo da dedicare alle cose. Con l’esperienza di questi anni ho capito che la vita (sì, la vita, non il lavoro, e qui potremmo aprire una parentesi lunghissima che rimando magari ad altro post) di un libero professionista è fatta di:

- Tempo operativo da dedicare al lavoro
- Tempo da dedicare allo studio/ formazione
- Tempo da dedicare a progetti non immediatamente remunerativi
- Tempo da dedicare al personal branding
- Tempo da dedicare a far quadrare i conti (fatture, pagamenti, ecc)
- Tempo da dedicare alle passioni (lettura/ film/ scrittura/ arte)
- Vision futura (cosa voglio fare tra 2 anni?)

Continua a leggere

http://cristianocarriero.me/2018/08/22/freelance-agosto/
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Le notti di questi Mondiali di calcio 2018 sono state più comode che magiche. Ovvio, senza la Nazionale italiana i Mondiali sono un’altra cosa. Più divano che pub, più casa che locali, e non c’è bisogno di scomodare le associazioni di categoria per queste analisi. Sarebbe bastato, e io l’ho fatto, fare un giro dei locali, in città diverse, dai quarti di finale in poi. A Nord come a Sud, in grandi città (Milano, Bari, Catania) come in piccole realtà di provincia, si trovava facilmente posto all’interno di bar, ristoranti e pub che trasmettevano la partita. Quarti di finale giocati tra il venerdì e il sabato. Picchi, per modo di dire, nelle due partite serali. Brasile – Belgio di venerdì 6 luglio alle 20 la più appetibile; Croazia – Russia non è riuscita, sabato 7 alla stessa ora, a destare particolare interesse.



La finale dei Mondiali? Meglio Ronaldo
Sulla scarsa affluenza all’interno dei locali hanno influito anche altri due fattori: il fatto che le partite siano state trasmesse in chiaro – ben diverso è avere la necessità di uscire di casa per vedere la partita – e la mancanza dai quarti di finale in poi di nazionali con una radicata presenza sul territorio italiano. Se una fortissima comunità di italiani è ancora presente in Belgio, non si può dire altrettanto del contrario.

La finale, giocata alle 17 di domenica, seppur usata da alcuni nostri rappresentanti politici di ambo le parti come volano delle loro idee (la Francia multirazziale, con tantissimi giocatori provenienti da ex colonie o cresciuti nelle banlieue di Parigi, contro gli orgogliosi separatisti croati arrivati per la prima volta là dove nemmeno la fortissimo Jugoslavia unita era riuscita ad arrivare) è passata quasi inosservata per via di un altro evento che la dice lunga sulla situazione attuale di calcio italiano: l’arrivo in Italia e la conseguente presentazione di Cristiano Ronaldo. Un evento mediatico, una sorta di Truman Show da guardare comodamente su un canale tematico di Sky. Visite mediche, conferenza stampa, primi allenamenti, e così via.



Mondiali sottotono. Colpa degli orari?
Sì, ma il gioco? Ci si soffermi su un dato. La prima partita dell’Italia ai Mondiali brasiliani del 2014 è stata giocata di sabato sera a mezzanotte. Un orario non felicissimo, eppure facciamo fatica a ricordare locali vuoti quella notte del 14 giugno. Chi pensa che la mancata qualificazione della nostra nazionale alla Coppa del Mondo non abbia influito sui consumi fa un grande errore. Ancora di più a bocce ferme e a Mondiale terminato.

Gli orari scelti dal comitato russo (a proposito, una delle migliori organizzazioni, forse la migliore di sempre) erano pressoché perfetti per noi. La maggior parte delle partite si è giocata alle 20, molte altre alle 18, poche e soprattutto nella fase dei gironi di qualificazione alle 16. Quindi orari ideali per uscire e guardare la partita assieme.

Facendo un raffronto con i Mondiali precedenti, molto meglio di Brasile 2014 (si giocava spesso dopo le 23), Sudafrica 2010, con orario di punta alle 22, per non parlare dei Mondiali di Corea e Giappone del 2002, giocati per lo più ai nostri orari di colazione – ricordo sveglie alle 7 per guardare le partite e poi preparare gli esami universitari – o a pranzo, e le notti in bianco dei Mondiali americani del 1994 con la sveglia puntata alle 3 del mattino per vedere la semifinale tra Brasile e Svezia.

(Continua...)

http://www.informazionesenzafiltro.it/mondiali-dei-consumi/
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Da qualche settimana è arrivata in Italia Iliad. Onestamente non conoscevo questa compagnia, poi grazie ai social ho iniziato a informarmi su tariffe e servizi. Per attitudine non sono uno che cambia operatore di frequente, anzi. È una cosa che mi secca terribilmente, quella dei balletti da un operatore all’altro. Ricordo ancora che la mia prima scheda fu quella Wind (perché nel 1999 davano gli sms gratis, quella sì fu una svolta) ed ho cambiato operatore solo quando ho ricevuto (dal 2008 al 2015) un telefono aziendale. Salvo poi tornare a Tre da libero professionista.

Interessante però valutare quale è stata la reazione degli altri operatori telefonici all’arrivo di Iliad. Nell’ultimo periodo sono state lanciate due nuove compagnie telefoniche: aa un lato, è arrivata KENA MOBILE, dall’altro HO. Ma sono davvero in tutto e per tutto dei nuovi brand? La risposta è no, anzi: altro non sono che dei Second Brand, dei secondi marchi, rispettivamente di TIM e Vodafone. La strategia è chiara: introdurre nel mercato delle nuove compagnie, con nomi e identity non direttamente riconducibili al Main Brand, che rappresentino una sorta di versione low cost del Main Brand stesso e che siano concorrenti diretti di Iliad. Non credo sia unicamente una questione di fasce di prezzo. Ovvero Kena Mobile e Ho viste come “low cost” rispetto a TIM e Vodafone. Probabilmente nei prossimi mesi assisteremo anche a nuove strategie di posizionamento. A senso, i due second brand dovrebbero posizionarsi sulla fascia “generazione Z”. Quella per intenderci poco interessata alle telefonate, moltissimo ai giga.

Dietro di loro sta crescendo una nuova generazione, definita iGen: è la prima generazione a passare la propria adolescenza su uno smartphone. Cosa rende diversa la iGen? Ogni aspetto della loro vita è stato influenzato dall’essere cresciuti con uno smartphone. Leggono libri, riviste e giornali in misura molto minore di quanto le generazioni precedenti facessero in gioventù: nell’indagine annuale Monitoring the Future, la percentuale di liceali degli ultimi anni che avessero letto autonomamente un libro o una rivista quasi ogni giorno era crollata dal 60% del 1980 al 16% del 2015. Guardano video, chattano, non chiamano (né rispondono) quasi mai. In questo contesto è probabile che vadano ad inserirsi le due nuove compagnie di TIM e Vodafone. Brand che, con tutta probabilità, hanno perso appeal nei confronti dei più giovani.

Se la strategia è chiara, non così è la comunicazione nei confronti del consumatore: a mancare in questo contesto è spesso la trasparenza. Al consumatore, giovane o meno giovane, più o meno informato, KENA e HO si presentano come nuovi marchi indipendenti, con una immagine e una reputazione intonse e soprattutto con tariffe particolarmente vantaggiose. Facile quindi che il consumatore-tipo scelga di abbandonare l’operatore tradizionale, che considera particolarmente oneroso e con cui magari ha avuto dei problemi, per rivolgersi a un nuovo operatore, apparentemente appena nato e che promette un servizio identico a un prezzo più competitivo. Il problema è che tanto nuovo – o distante dall’operatore tradizionale – il marchio non è, ma non solo.

(...continua)

http://cristianocarriero.me/2018/07/11/second-brand-strategy-conviene/
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Era da un po' che volevo scrivere questo pezzo. Dal 1990 non mi sono perso un Mondiale, e mai come in questa edizione (anche per motivi "tecnologici", ça va sans dire) stiamo assistendo ad uno show in cui gli ex giocatori, i campioni, non solo soltanto spettatori delle partite delle loro nazionali, ma protagonisti veri e propri. Personaggi che, a modo loro, regalano a noi appassionati uno spettacolo nello spettacolo.

La simbologia del campione serve a stabilire un legame tra le generazioni. Testimone e testimonial di una grandezza che può infondere sicurezza o diventare ingombrante. Anche troppo.

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apete qual è l’articolo più letto di sempre sul mio blog? Si chiama “La (piccola) rivincita dei laureati in lettere“, ed è un pezzo del 2012. Da qui due considerazioni. Una abbastanza risaputa: se hai un pezzo che parla al cuore delle persone, che è utile ad una nicchia, quel pezzo funzionerà. La seconda è più tecnica: la chiave di ricerca “laurea in lettere”, su Google, è ancora molto frequente. Spesso accompagnata da una richiesta aggiuntiva. Per esempio:

Laurea in lettere che fare?

Laurea in lettere lavoro

Laurea in lettere sbocchi lavorativi

Laura in lettere inutile

Il mio post di sei anni fa dava alcuni suggerimenti tratti da un’esperienza personale.

Le aziende non lo ammetteranno mai, ma ti stanno cercando per evitare di fallire. Ovvio, se ti dicessero che ti cercano poi dovrebbero pagarti, e bene, ma questo è un altro discorso e io non starò qui a farti discorsi su come venderti meglio. Dovrei imparare io, prima. La piccola rivincita dei laureati in lettere passa attraverso lo studio e la specializzazione. Attraverso i fallimenti, come vi dicevo. Attraverso i tentativi. Attenzione non vi sto dicendo che una laurea umanistica vi trasforma in scrittori, anzi. Ho visto molti laureati scrivere peggio di chiunque altro, con l’aggravante della presunzione. Gli scrittori sono merce rara e chi mi conosce sa che mi guardo bene da reputarmi tale. Al massimo mi ritengo uno scrivente, non saranno due libri a cambiarmi la vita.

Esperienza che nel frattempo è maturata, si è evoluta, mentre io non mi sono ricreduto. Da impiegato sono passato ad essere libero professionista e poi imprenditore, da persona che cerca lavoro a persona che cerca collaboratori. Ma la chiave di lettura è sempre quella. Non dico che cerchi esclusivamente laureati in lettere, perché confesso che al titolo di laurea dò un peso molto relativo, ma approcci umanistici sì. Quelli li cerco ancora, soprattutto nel mio ambito che è quello dello storytelling. E per farlo devi aver studiato molto. Devi aver letto i classici, devi avere al tempo stesso una cultura pop e tanta curiosità. Se nel pezzo del 2012 fa scrivevo “Il lavoro che faccio oggi 5 anni fa non esisteva” oggi mi verrebbe da scrivere: “Cercate di capire che essere impiegabili è molto meglio che essere impiegati“.

In un mondo che cambia, in un contesto sempre più difficile da interpretare, è l’impiegabilità la chiave di lettura migliore. Essere impiegabili vuol dire...

http://cristianocarriero.me/2018/07/05/la-grande-rivincita-dei-laureati-lettere/
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Mi ero ripromesso di scrivere qualcosa sul Web marketing festival, qualcosa che andasse al di là delle solite considerazioni sulla portata dell’evento, sulla quale c’è poco da aggiungere. Sale piene, contenuti di qualità – ovvio che con così tanti panel qualcosa può entusiasmare e qualcosa può deludere – tante occasioni di incontro, che è una parola che personalmente preferisco a “networking”. Mi sento libero di scrivere questo post perché due anni fa ero stato relatore e l’anno scorso partner editoriale. Quest’anno sono stato solo un partecipante, uno spettatore, e quindi posso parlare liberamente di quelle che sono state le mie impressioni.

Provo sempre un po’ di fastidio quando leggo critiche agli eventi, magari da parte di chi non ne ha mai realizzato uno (un classico, stessa scuola di quelli che “eh ma oggi i libri li scrivono tutti” e loro non ne hanno mai scritto uno). Oppure critiche a relatori che non abbiamo mai ascoltato. Legittima è la scelta di non partecipare ad un evento, anche io l’anno scorso sono rimasto a casa, meno condivisibile quella di sparare a zero su chi si mette in gioco. Perché “partecipare” secondo me vuol dire davvero mettersi in gioco. In più di una occasione mi sono ritrovato a dover rispondere alla domanda “Tu quando hai il panel?“. La risposta è in questo video, realizzato grazie agli amici di Stravideo.

... (Continua)
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Ventitré autori per ventitré testimonianze di lutto tutte diverse tra loro, «perché il lutto non riguarda solo la perdita di una persona amata o cara. Può riferirsi alla fine di un amore, al termine di un progetto, al drastico calo del patrimonio finanziario, alla chiusura di un'occasione che vale una carriera [...]. Lutto libero perché abbiamo il diritto di piangere, ridere, ironizzare, sdrammatizzare, razionalizzare, commuovere, empatizzare la privazione nella vita [...]. Ma soprattutto, sempre e comunque, abbiamo bisogno di esorcizzare la morte».

Dalla prefazione di Andrea Fontana.

"Lutto Libero", da un'idea di Cristiano Carriero (Gelsorosso Casa Editrice, 12€)
Tra gli autori c'è anche Francesco Poroli, sua anche l'illustrazione di copertina.
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Web marketing festival 2018, considerazioni sparse:

- Le belle persone sono tali sia nelle aule piccole che in quelle grandi. Davanti a 10 come a 500 persone. Tipo che io a Valentina Vellucci voglio bene davvero.

- Fate un esperimento: entrate in una sala dove proiettano le slide del relatore che sta parlando (perché quella in cui c’è lei è tutta piena) e l’audio della sua voce. Lo riconoscete? Eccola, la lezione sul Tone of Voice. Brava Valentina Falcinelli.
- Dallo stand Hoepli 1: Content Marketing vende ancora tantissimo, sarà la copertina verde acido.

- Il web è ad un punto di svolta. Che sintetizzerei in: dati, umanesimo, relazioni. La mia amica Vanessa Carmicino - che ne capisce - dice Media/Azioni.

- Essere ad un evento solo ad ascoltare e a prendere appunti è meraviglioso. Quando sei troppo concentrato su te stesso rischi di dimenticarti come si fa.

- Gli influencer sono, ormai e definitivamente, dei creatori di contenuti. I media che lo hanno capito hanno tracciato la strada per le aziende (che fanno ancora fatica a comprendere questa dinamica).

- Dallo stand Hoepli 2: Local Marketing è quel libro su cui non avrei scommesso un euro (grazie Francesco Antonacci) e che tutti sfogliano. E comprano.

- Lavoro in un ambiente in cui ci sono un sacco di belle persone. E incontrarle è sempre una festa.

- Il mio obiettivo è far sì che un giorno anche a Bari possano venire 5000 persone, con la qualità dei relatori e degli interventi che abbiamo avuto quest’anno e tante sgagliozze per tutti. Nel frattempo complimenti a chi organizza il WMF perché portare tutta questa gente, forse un numero maggiore di quello che lavorano nel settore, è tanta tanta roba.

- Dallo stand Hoepli 3: ho autografato un sacco di Facebook Marketing Pro (Monia manchi tu!), Content Marketing for Dummies arriva domani e si scusa.

- Domani andrò a sentire un talk sui podcast alle 8.50 (non mi darò pace finché non ne farò fare uno ad un mio cliente), poi non vedo l’ora di ascoltare Paolo Iabichino e Graziano Giacani.

Credo sia tutto! Il vostro #WMF18 reporter.
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È stata l’estate del calciomercato per eccellenza: sbriciolati tutti i record, con Neymar, Mbappé e Dembélé che, in una sola sessione, si sono presi il podio dei trasferimenti più costosi di sempre. È stato perciò anche un mercato di grandi cambiamenti, con giocatori importanti che hanno indossato una nuova maglia, o squadre, vedi il Milan, che sono tornate a guardare a se stesse con enormi ambizioni. Come ogni mercato, però, non è detto che il colpo più costoso, o quello più a sensazione, sia anche la miglior operazione possibile: per questo, sette firme hanno scelto il loro personale acquisto preferito, in base a prospettive e integrazione nel contesto della rosa.
Colpaccio
Colpaccio
rivistaundici.com
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Non scrivo un post subito. Metto lo smartphone in tasca. La fretta è nemica dello storytelling. Quello che si può fare di fretta è inserire una didascalia copiata o un aforisma di Oscar Wilde. Al massimo una frase di una canzone di Jovanotti. O un “We are in Puglia” che funziona sempre; ma un po’ per pigrizia, un po’ perché non c’era campo, scelgo di rimandare. Una volta ho guardato un video (o forse era una newsletter, ma comunque interessantissima) di Robin Good, mio maestro e punto di riferimento, che diceva: “Vuoi scrivere qualcosa? Pensaci. Vai a farti un riposino. Fai lavorare il Google che c’è nella tua testa durante il sonno. Poi mettiti a scrivere“. Diceva più o meno così.

Infatti sono andato a dormire e la mattina dopo mi sono svegliato con quel post nella testa. Poi vabbè, i post o li prendi nel momento giusto o se ne vanno. Per fortuna non avevo troppi pensieri ed ho iniziato a scrivere.

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