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Claudio Elidoro
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Toutes les grandes personnes ont d'abord été des enfants. Mais peu d'entre elles s'en souviennent. (A. de Saint-Exupéry)
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Una galassia mostruosa
Grazie al decisivo apporto delle antenne cilene di ALMA, un team di ricercatori ha ottenuto la più dettagliata mappa di una galassia primordiale mai realizzata finora. La galassia dista 12,4 miliardi di anni luce, dunque la stiamo osservando in un’epoca in cui l’Universo non aveva neppure un miliardo e mezzo di anni. Lo studio ha messo in mostra che ci troviamo in presenza di un oggetto davvero insolito, non solo per la sua struttura, piuttosto complessa per un’epoca così primordiale, ma anche per il forsennato ritmo di produzione stellare che lo caratterizza.
La scoperta di questo remoto sistema stellare risale al 2007 e la si deve a un team di astronomi impegnato alle Hawaii a sperimentare con il James Clerk Maxwell Telescope lo strumento AzTEC, un innovativo bolometro sviluppato dall'Università del Massachusetts in collaborazione con il Caltech e altre istituzioni.
Individuata nel cosiddetto COSMOS Field, una zona della volta celeste scelta dagli astronomi per accurate indagini cosmologiche, la galassia AzTEC-1 si distingue subito per alcune sue particolarità. In uno studio pubblicato su The Astrophysical Journal Letters nell’aprile 2011, Vernesa Smolčić (ESO) e collaboratori riportano che, da misure effettuate con il telescopio Keck e lo spettrografo DEIMOS, la galassia mostra uno spostamento verso il rosso decisamente significativo (z = 4.3), un redshift che, applicando i parametri cosmologici suggeriti dalle osservazioni del satellite Planck, la colloca a 12,4 miliardi di anni luce di distanza. Nello stesso studio si sottolinea come AzTEC-1 sia una galassia estremamente giovane, di grande massa e compatta e che sia caratterizzata da un’elevatissima produzione stellare. Una galassia davvero peculiare, insomma, visto che la stiamo osservando a meno di un miliardo e mezzo di anni dal Big Bang…

continua la lettura su Scienzainrete
https://www.scienzainrete.it/articolo/galassia-mostruosa/claudio-elidoro/2018-09-20

#cosmologia #galassie
Una galassia mostruosa
Una galassia mostruosa
scienzainrete.it
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Presa per la coda
Difficile rimanere indifferenti dinanzi alla fotografia di una cometa. Praticamente impossibile, poi, se la ripresa è del livello di quella realizzata da Marco Bruno che, nelle prime ore dello scorso 11 settembre, ha immortalato la cometa 21P/Giacobini-Zinner mentre transitava accanto all’ammasso aperto M37 nella costellazione dell’Auriga.
Una delizia di immagine e una accoppiata di oggetti celesti davvero incredibile. Allo splendore della cometa, infatti, si affianca il fascino di un ammasso stellare distante 4500 anni luce e composto da oltre 500 stelle. Nel suo Le Stelle e le curiosità del cielo pubblicato nel 1881, il grande divulgatore francese Camille Flammarion scrive che M37 «offre nel campo del telescopio un brillante scintillio, quasi di infuocata polvere d’oro.» Sarà pur retorica, ma la similitudine mi piace…
Regina indiscussa dell’immagine, comunque, è la Giacobini-Zinner: chiaro invito a dirne qualcosa di più, a partire dalla curiosa storia dei due nomi che porta.
La cometa venne scoperta a Nizza il 20 dicembre 1900 da Michel Giacobini, che riuscì anche a stimare il suo periodo in poco meno di 7 anni. Nel previsto passaggio del 1907, però, nessuno la ritrovò e venne considerata perduta. Nell’ottobre 1913 – quasi a sorpresa, visto che era abbondantemente in anticipo rispetto alla tabella di marcia calcolata da Giacobini – la cometa venne individuata da Ernst Zimmer osservando da Bamberga, in Baviera. Per un po’ di giorni portò il suo nome, finché saltò fuori che in realtà era la cometa di Giacobini, solo che il suo periodo era leggermente inferiore a quello calcolato nel 1900; oggi sappiamo che il suo periodo è di circa 6 anni e mezzo. Ad ogni modo, per non scontentare nessuno, si decise di assegnare alla cometa i nomi di entrambi gli scopritori.
Si stima che le dimensioni del nucleo di questa cometa si aggirino intorno ai 2 km, dunque si tratta di un oggetto molto più piccolo di quello che ci ha rivelato in modo davvero emozionante la missione Rosetta; il nucleo della Churyumov-Gerasimenko, infatti, misura 3,5 x 4 km. Entrambe queste comete, però, condividono l’appartenenza alla cosiddetta famiglia delle comete gioviane, centinaia di comete – nei primi giorni di luglio erano 563 – legate gravitazionalmente al pianeta Giove, tanto che, occasionalmente, il pianeta gigante finisce col perturbare le loro orbite.
Quando Marco, sfidando il freddo e altre traversie, ha mirabilmente immortalato la Giacobini-Zinner accanto a M37, la cometa si trovava a 58,6 milioni di chilometri dalla Terra e aveva appena compiuto il suo passaggio al perielio, transitando a circa 151,5 milioni di chilometri dal Sole.
Come avviene per molte comete, anche la Giacobini-Zinner è legata a uno sciame meteorico: si tratta delle Draconidi, il cui picco è collocato intorno all’8 ottobre. Il radiante, cioè il punto da cui sembrano provenire le meteore, è in direzione della costellazione del Drago, tra l’Orsa Minore e la Lira. Dato che negli anni in cui la cometa è passata al perielio si è osservato un significativo numero di meteore, è consigliabile segnarsi la data per non rischiare di perdere un possibile spettacolo.
Un’ultima annotazione. Per chi è convinto che la realizzazione di un’immagine astronomica sia tutto sommato semplice, consiglio di leggere un paio di commenti che accompagnano il post con cui Marco ci ha presentato il frutto della sua fatica. Ci si potrà immediatamente rendere conto di come la realizzazione di una immagine astronomica di qualità non sia per nulla una passeggiata. E non solamente perché si deve operare di notte…
Gran bel lavoro, Marco. Alla prossima!

Fonte
https://plus.google.com/113260597352108277456/posts/MgpthXVSYj3
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Finalmente!
Ho letto in questi giorni una notizia che mi ha fatto davvero molto piacere: Jocelyn Bell Burnell è stata insignita dello Special Breakthrough Prize in Fundamental Physics. Il premio è stato istituito nel 2012 dal fisico e filantropo Yuri Milner – a lui si sono poi affiancati anche altri filantropi – e si rivolge a tre precisi ambiti di ricerca: le Scienze della vita, la Fisica fondamentale e la Matematica. Ultimamente, il riconoscimento è diventato piuttosto “pesante” anche dal punto di vista economico, più ricco persino del Nobel. Al vincitore, infatti, vengono assegnati ben 3 milioni di dollari.
Doveroso spendere qualche parola per provare a chiarire a chi non mastica di astronomia chi è Jocelyn Bell Burnell. Irlandese di nascita, nel 1965 Jocelyn si laureò in fisica a Glasgow e in quello stesso anno, per il suo dottorato, si trasferì al Mullard Radio Astronomy Observatory vicino a Cambridge. Sotto la supervisione di Antony Hewish si doveva occupare dell’analisi dei segnali raccolti dalle antenne del 4-acre Telescope, un radiotelescopio costruito per studiare il fenomeno della scintillazione delle sorgenti radio. Fu l’accurata analisi di quei segnali che condusse la giovanissima Jocelyn a scoprire nel 1968 le regolari pulsazioni della prima pulsar. Una scoperta storica!
Nella pubblicazione che annunciava la scoperta, però, il nome di Jocelyn figurava al secondo posto, dopo quello di Hewish. Vabbè – si dirà – in fondo era lui il responsabile del progetto. Già, peccato che nel 1974, proprio per quella scoperta, a Hewish venne conferito il Nobel per la fisica, senza il minimo accenno a Jocelyn Bell neppure nella cerimonia di premiazione. La cosa suscitò un po’ di indignazione nel mondo accademico, ma nulla di più.
Son dovuti passare 50 anni prima che il torto venisse in qualche modo riparato. C’è da dire che Jocelyn stessa non ne ha fatto un dramma: «Mi sono resa conto che se ti assegnano un Nobel, poi non puoi ottenere nient’altro; le persone stesse sentono che non possono eguagliarlo, e probabilmente è così. Se non ottieni un Nobel, invece, ti sembra di poter ottenere tutto il resto e, francamente, è molto più divertente: quasi ogni anno ci sono stati i festeggiamenti per qualche riconoscimento.»
Per i tre milioni del premio, Jocelyn ha già detto che li investirà in progetti per aiutare giovani donne che si stanno dedicando alla scienza e alla ricerca. Vuole evitare che, come in quei lontani anni Settanta, anche ai nostri giorni possano subire emarginazione e ostracismo.
Insomma, la classe non è acqua!

Fonte
https://breakthroughprize.org/News/45

Una precisazione
Non fatevi ingannare dall'immagine che accompagna il post. Qui, alle spalle di una giovanissima Jocelyn Bell, campeggia la struttura di una delle tre antenne da 18 metri di diametro che componevano l' One-Mile Telescope . In realtà il radiotelescopio coinvolto nella scoperta della prima pulsar fu il 4-acre Telescope, un campo di 1,6 ettari – quattro acri, appunto – nel quale erano state collocate 4096 antenne riceventi (dipoli). Per tener pulito dalle erbacce il terreno tra i pali che sostenevano le antenne venivano impiegate le pecore, più adatte ed efficienti di un tosaerba. La radioastronomia stava cominciando a crescere…

#JocelynBell #pulsar #radioastronomia
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L’essenziale è invisibile agli occhi
Mi rendo conto che scomodare una delle frasi più note di Antoine de Saint-Exupéry per commentare un’immagine astronomica potrebbe sembrare eccessivo – per qualcuno persino offensivo – ma conto di fornire ottime giustificazioni.
Cominciamo dal soggetto. Siamo sinceri: nessun appeal estetico, nulla che riesca a strapparti il classico Ohhh! di meraviglia. Nel riquadro di sinistra vediamo un banalissimo campo stellare che, in quello di destra, è stato parzialmente ingrandito e manipolato lasciando in evidenza un pugno di pixel. Cos’hanno, dunque, di così importante queste due immagini così insignificanti e – diciamola tutta – bruttine?
Sveliamo subito chi è l’autore dello scatto. L’immagine originale (quella a sinistra) è una ripresa dello strumento LORRI (Long Range Reconnaissance Imager) collocato a bordo della sonda New Horizons. Non è uno scatto singolo, ma il risultato della composizione di 48 riprese, ciascuna delle quali ottenuta con una esposizione di circa 30 secondi. Al momento degli scatti, lo scorso 16 agosto, New Horizons si trovava a 41,73 UA dalla Terra: sono più o meno 6,25 miliardi di chilometri e il segnale ha impiegato oltre 11 ore e mezza per raggiungere le nostre antenne. Numeri che assegnano a questa immagine il titolo di ripresa più lontana da Terra che (finora) una sonda spaziale abbia mai effettuata.
Il team di New Horizons, poi, ci ha messo lo zampino. Utilizzando a mo’ di filtro un’analoga immagine ottenuta nel settembre 2017, i tecnici hanno fatto in modo di “offuscare” le immagini stellari lasciando solamente quello che era il vero soggetto delle riprese di LORRI: (486958) 2014 MU69. Quella manciata di pixel, insomma, è proprio Ultima Thule, il corpo celeste della Fascia di Kuiper verso il quale si sta dirigendo la sonda e che dovrebbe essere raggiunto a fine gennaio. Quando, a metà agosto, è stata effettuata la ripresa, quel corpo celeste distava da New Horizons 172 milioni di chilometri. Ah, una precisazione: Ultima Thule è solamente il soprannome scelto dalla NASA nel marzo scorso; per il nome definitivo si esprimerà l’IAU (International Astronomical Union) probabilmente dopo il flyby di gennaio.
Credo che, a questo punto, lo spessore dell’immagine che ha ispirato questo post sia piuttosto evidente. C’è, però, ancora un elemento da sottolineare: la posizione occupata da Ultima Thule nell’immagine coincide con quella prevista. In altre parole, la rotta di New Horizons è sostanzialmente corretta. Ciò che più conta, però, è che la possibilità di vedere direttamente la meta finale costituirà un aiuto decisivo per apportare, nei cinque mesi di cammino che ancora rimangono, gli ultimi piccoli aggiustamenti di rotta della sonda.
Tra cinque mesi, insomma, sarà proprio quella che oggi è un’insignificante manciata di pixel a strapparci un Ohhh! di meraviglia. E per New Horizons ci sarà un nuovo strabiliante record: quello di regalarci le immagini della superficie del corpo celeste più distante mai ottenute. Oltre un miliardo e mezzo di chilometri più lontano da casa di quando, nel luglio 2015, la sonda sfrecciò accanto a Plutone e Caronte.

Fonte
https://www.nasa.gov/feature/ultima-in-view-nasa-s-new-horizons-makes-first-detection-of-kuiper-belt-flyby-target

#ultimathule #newhorizons
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Monnezza spaziale
Tra i tanti problemi che le missioni con equipaggio dirette nello spazio profondo dovranno affrontare e risolvere vi è anche quello dei rifiuti. E non è per nulla un problema secondario. Stando alle valutazioni della NASA, infatti, ciascun membro dell’equipaggio di un veicolo spaziale produce quotidianamente un chilo di spazzatura. Fatti due conti, questo significa che per ogni mese di missione un equipaggio di 5 persone si trova a dover gestire un quintale e mezzo di rifiuti.
Per gli astronauti della ISS, la Stazione spaziale internazionale, il problema viene risolto stoccando in modo ordinato i rifiuti nella navetta utilizzata per i rifornimenti. Una volta che la navetta è stipata per bene, viene sganciata dalla stazione e si consuma nel rientro in atmosfera. Un inceneritore naturale.
Peccato che questa soluzione sia impraticabile per le missioni destinate a esplorare lo spazio più in là dell’orbita terrestre. D’altra parte, è altresì assolutamente improponibile l’idea di lasciarsi alle spalle una scia di rifiuti nello spazio, manco fossimo Pollicino che deve ritrovare la strada di casa. Come fanno i bravi escursionisti, insomma, l’immondizia andrebbe diligentemente riportata a casa.
Scelta obbligata, dunque, ma estremamente fastidiosa e pericolosa. L’inevitabilmente lunga convivenza con materiale maleodorante e possibile fonte di infezione batterica andrebbe a rendere ancora più problematica la già scomoda vita da astronauta. Senza contare che, trattando opportunamente quei rifiuti, si potrebbe recuperare preziosa acqua…
Da qualche anno, all’Ames Research Center della NASA stanno sviluppando una possibile soluzione: il progetto si chiama Heat Melt Compactor (HMC) e attualmente si sta lavorando al prototipo Generation 2 (Gen2). L’obiettivo del marchingegno non è unicamente quello di gestire in sicurezza la spazzatura all'interno di un veicolo spaziale, ma anche recuperare acqua e altre risorse rendendole disponibili per il loro riutilizzo.
Anzitutto, HMC Gen2 è in grado di compattare la spazzatura in piastrelle quadrate rivestite di materiale plastico (larghe 23 cm e spesse 2,5 cm) riducendo i rifiuti a meno di un ottavo del volume iniziale. Un efficace compattatore, dunque, che però fa molto di più. Nel corso del processo, infatti, i rifiuti vengono riscaldati a 150 gradi, operazione con la quale si fa evaporare la componente d’acqua (e la si recupera), si liberano i gas (recuperando quelli sicuri e destinando all’espulsione nello spazio quelli nocivi) e si sterilizza il materiale.
Se questo ancora non bastasse, aggiungiamo che quelle piastrelle, ormai prive di crescita batterica e di odori indesiderati, possono essere efficacemente impiegate per aumentare la schermatura della nave spaziale dalle radiazioni. I test sulle piastrelle prodotte dal prototipo Gen1 hanno indicato che la loro efficacia nella schermatura dalle radiazioni è pari al 90% della schermatura standard del polietilene ad alta densità.
Per il momento, HMC è stato messo alla prova qui sulla Terra; il prossimo passo sarà ottimizzare la tecnologia e la struttura riducendo al minimo i rischi per poi provarlo a bordo della Stazione spaziale. Una prova sul campo che potrà finalmente dirci quanto sia davvero possibile il suo impiego in missioni verso lo spazio profondo.

Fonte
https://www.nasa.gov/ames/heat-melt-compactor

Paper tecnico
Presentato alla International Conference on Environmental Systems (ICES 2017) tenutasi a Charleston (South Carolina) dal 16 al 20 luglio 2017
https://ntrs.nasa.gov/archive/nasa/casi.ntrs.nasa.gov/20170011317.pdf

#astronautica #viaggispaziali
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Nell’abbraccio del Sole
Bloccato sulla torre di lancio, a un paio di minuti soltanto dal lift off, con un sensore che segnala pressioni anomale nel circuito dell’elio del razzo vettore Delta IV Heavy: niente male come inizio dell’avventura spaziale di Parker Solar Probe.
Fortunatamente il problema viene risolto in fretta e il disguido comporta solamente il momentaneo rinvio del lancio, avvenuto con pieno successo il giorno seguente. Dopo quel piccolo imprevisto, dunque, lo scorso 12 agosto è ufficialmente iniziata la missione che nei prossimi sette anni porterà la sonda della NASA a immergersi nella corona solare per studiarne da vicino caratteristiche e attività. Una sfida tecnologica estrema, come estreme sono le condizioni alle quali il Probe e le sue strumentazioni saranno esposte. Il nostro breve cammino di approfondimento inizia con un ritorno alla seconda metà degli Anni 50…
Eugene Newman Parker, classe 1927, oggi è un pluripremiato astrofisico solare, ma a quei tempi era in forza all’Università di Chicago e si stava occupando di chiarire come le stelle, dunque anche il nostro Sole, emanassero la loro energia nello spazio circostante. In un fondamentale studio pubblicato su The Astrophysical Journal nel 1958 propose l’esistenza di un flusso incessante di particelle cariche emesso dall'alta atmosfera del Sole e lo chiamò vento solare descrivendo il complesso sistema di campi magnetici e flussi di plasma che stanno alla base del fenomeno.
Propose anche un modello per spiegare come mai, in apparente contrasto con le leggi della fisica, la corona solare fosse di gran lunga più calda della superficie stessa del Sole. L’idea del vento solare suscitò non poche opposizioni, anche feroci. Basti dire che lo studio di Parker venne inizialmente bocciato da un paio di revisori e vide la luce solamente perché ci mise lo zampino Subrahmanyan Chandrasekhar, grandissimo astrofisico di origine indiana e Nobel per la fisica nel 1983, che in quegli anni era redattore della rivista…

continua la lettura su Scienzainrete
http://www.scienzainrete.it/articolo/nellabbraccio-del-sole/claudio-elidoro/2018-08-26

#sole #parkersolarprobe #missionispaziali
Nell'abbraccio del Sole
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scienzainrete.it
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Terraforming dream
Consoliamoci. D’ora in poi tra le illusioni riguardanti Marte dovremo collocare anche i progetti che prevedono il cosiddetto terraforming, cioè la trasformazione del proibitivo habitat marziano in qualcosa di più accogliente per un insediamento umano. Tema caro alla fantascienza, prolifica di idee e prodiga di consigli su quali possano essere le tecniche più adatte per raggiungere lo scopo. Semplificando un po’, in genere si punta sulla possibilità di dotare Marte di un’atmosfera più densa e ricca di gas serra, lasciando che l’azione di questa nuova atmosfera innalzi la temperatura superficiale del pianeta a livelli che garantiscano la presenza stabile di acqua liquida. Una volta innescato, il nuovo sistema dovrebbe autoregolarsi.
Bene, buttate tutto. Una bella doccia ghiacciata per i sognatori, infatti, giunge da uno studio pubblicato sulle pagine di Nature Astronomy lo scorso 30 luglio. Lo studio è opera di Bruce Jakosky (University of Colorado – Boulder) e Christopher Edwards (Northern Arizona University – Flagstaff) ed è estremamente eloquente fin dal suo titolo: Inventory of CO2 available for terraforming Mars.
Proprio così, i due ricercatori si sono presi la briga di fare l’inventario dei potenziali depositi marziani di anidride carbonica, efficace gas serra, per vedere se il Pianeta rosso ne abbia a sufficienza per il suo terraforming oppure no. Sotto la lente di Jakosky ed Edwards sono così passati i depositi ghiacciati dei poli di Marte, i minerali ricchi di carbonio potenzialmente presenti nella crosta del pianeta e le polveri ricche di anidride carbonica del suolo marziano. Anche ipotizzando di possedere le tecnologie e la disponibilità energetica per ricavare da queste fonti i gas serra necessari (tecnologie che non abbiamo ed energia di cui non disponiamo), la quantità di anidride carbonica sarebbe comunque largamente insufficiente per l’impresa. Lasciando parlare i numeri, si potrebbe al massimo portare la pressione atmosferica di Marte al 7% di quella terrestre (attualmente è lo 0,6%), dunque di gran lunga al di sotto dei valori ritenuti necessari per innescare il terraforming.
I due ricercatori sono molto chiari: «Questi risultati suggeriscono che non vi è abbastanza CO2 residua su Marte per fornire un riscaldamento serra significativo nel caso in cui il gas venga immesso nell'atmosfera; inoltre, la maggior parte del gas presente nei depositi esaminati non è accessibile e quindi non può essere prontamente reso disponibile. Di conseguenza, concludiamo che con l’impiego della tecnologia attuale il terraforming di Marte non è possibile.»
Più chiari di così…

Fonte
https://www.nasa.gov/press-release/goddard/2018/mars-terraforming

Lo studio
(ahimè, non è free…)
https://www.nature.com/articles/s41550-018-0529-6

#marte #terraforming #planetologia
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Antichi sconvolgimenti galattici
Solamente qualche mese fa mettevamo in giusto risalto la pubblicazione di Gaia DR2, il secondo catalogo dei dati collezionati dal fantastico satellite dell’ESA. Gli addetti ai lavori hanno da subito messo in evidenza quanto fosse cruciale che Gaia avesse raccolto una simile mole di dati stellari e quanto fosse importante la sua affidabilità e il numero di stelle coinvolte.
Si sta parlando della schedatura più completa mai realizzata finora di quasi un miliardo e settecento milioni di stelle della Via Lattea: una vera manna per gli astrofisici che studiano l’evoluzione stellare. Ma una altrettanto ghiotta occasione per chi si occupa di ricostruire la stessa evoluzione della Galassia.
Proprio dai dati di Gaia, infatti, sono emerse le prove di un evento avvenuto tra otto e dieci miliardi di anni fa che ha profondamente influenzato l’evoluzione della Via Lattea.
Gli attuali modelli evolutivi delle galassie prevedono che le galassie più grandi abbiano raggiunto le attuali dimensioni fondendosi e inglobando galassie più piccole. Scrutando il cosmo, sono numerose le testimonianze di violente interazioni tra sistemi stellari e non v’è motivo di supporre che la nostra Galassia possa essere stata esentata da un simile drammatico percorso evolutivo. Lo studio dei moti relativi della Via Lattea e della galassia di Andromeda, per esempio, suggerisce che in un lontano futuro – si parla di quattro miliardi di anni – le due galassie interagiranno e si fonderanno in un unico gigantesco sistema stellare.
Se osservare interazioni in atto o pronosticare fusioni future potrebbe anche sembrare facile, individuare le tracce di eventi di fusioni galattiche molto antichi non è altrettanto agevole…

continua la lettura su Scienzainrete :
https://www.scienzainrete.it/articolo/antichi-sconvolgimenti-galattici/claudio-elidoro/2018-08-13

#gaia #vialattea #andromeda
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Fotografia da buttare…
«Ecco, uno si organizza al meglio per catturare una bella immagine della galassia di Andromeda e una meteora decide di irrompere nel campo visivo rovinando tutto quanto. Ora mi tocca buttare tutto…»
Ovviamente sto scherzando e sono convinto che l’astrofotografo Fritz Helmut Hemmerich non l’abbia minimamente pensato quando ha visto lo scatto catturato nella sessione fotografica del 12 agosto 2016. Quel photobombing di una meteora dispettosa aveva trasformato una meravigliosa immagine di M31 in un panorama cosmico ancor più fantastico e suggestivo. Uno splendore!
Immagine fortunata, non c’è dubbio. Ma più che tirare in ballo il concetto di fortuna, preferisco invocare quello di serendipity. In quella notte d’agosto Hemmerich aveva sudato le proverbiali sette camicie per trasportare la sua attrezzatura fotografica, metterla in posizione e cominciare a scattare immagini di taratura e di prova. Non ha puntato a caso una fotocamera e schiacciato un tasto: ha studiato l’inquadratura, ha corretto l’esposizione, ha verificato l’inseguimento della sua montatura. Certo, senza quel tocco di serendipity ne sarebbe uscita solo una fantastica immagine di Andromeda…
Il risultato è talmente straordinario che APOD non solo gli ha offerto la ribalta il 17 agosto 2016, ma ha fatto il bis anche oggi, ricordandoci in modo accattivante l’appuntamento con le Perseidi. Descrivendo l’immagine, però, gli esperti di APOD sottolineano come lo studio del percorso di quella meteora indichi che non sembra essere una di quelle che dalle nostre parti chiamiamo Lacrime di San Lorenzo, bensì una meteora dello sciame meteorico Sud Delta Aquaridi, uno sciame meno noto e attivo delle Perseidi e visibile da metà luglio a metà agosto. Alla sua origine si pensa possa esservi la frantumazione della cometa 96P/Machholz, evento responsabile della genesi dei gruppi di sungrazing comet (comete individuate nel corso del loro vicinissimo transito accanto al Sole) denominati Marsden e Kracht.
Altro che fotografia da buttare! Mr. Hemmerich e Miss. Serendipity, piuttosto, ci hanno regalato un’immagine fantastica e di raro spessore. Un’autentica chicca celeste!

Fonte immagine
https://apod.nasa.gov/apod/ap180812.html

#astroimages #meteore #andromeda
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Nel cuore del Cigno
Per gli appassionati del cielo notturno la costellazione del Cigno è uno dei punti forti dei mesi più caldi. La sua stella più brillante, Deneb, è infatti uno dei vertici del cosiddetto Triangolo Estivo, un asterismo davvero semplice da individuare in cielo – gli altri due vertici sono Vega (alfa della Lira) e Altair (alfa dell’Aquila), tutte stelle molto luminose.
Basta puntare un semplice binocolo dalle parti del Cigno, poi, per provare la vertigine di un meraviglioso e tonificante tuffo in un mare di stelle. Un ottimo punto di partenza per provare a immedesimarsi nello stupore di Galileo quando puntò il suo cannocchiale verso la Via Lattea e vide che «...la stessa Galassia altro non è che un ammasso di innumerevoli stelle disseminate a mucchi, tanto che, in qualunque parte di essa si diriga il cannocchiale, si offre subito alla vista un grandissimo numero di stelle, molte delle quali appaiono grandi e ben distinte, mentre la moltitudine delle piccole è del tutto inesplorabile...» [Sydereus Nuncius, 1610]
L’immagine che accompagna il post, pubblicata qualche giorno fa su APOD e opera di Mauro Narduzzi (riprese) e Roberto Colombari (elaborazione), ci mostra proprio il cuore del Cigno. La stella brillante al centro della foto, infatti, è Sadr, termine che in arabo significa “petto”. Nota anche come delta Cygni, questa stella supergigante dista circa 1800 anni luce da noi; la luce di Sadr che è stata immortalata nell’immagine, dunque, iniziò il suo viaggio quando da queste parti numerose tribù barbariche, approfittando della grave instabilità politica a Roma, cominciavano a spingere sui confini settentrionali dell’Impero romano.
Tornando a Sadr, la sua temperatura superficiale – un fatto piuttosto insolito per una supergigante – è molto simile a quella della superficie solare, ma per uguagliare la sua luminosità dovremmo mettere assieme ben 60 mila astri come il Sole. Abbiamo dunque sotto gli occhi un’immensa fornace cosmica le cui dimensioni sono comprese tra 180 e 230 volte quelle del Sole. Per avere un’idea meno vaga, se la mettessimo nel bel mezzo del Sistema solare potrebbe addirittura riempire l’intera orbita terrestre.
Decisamente meglio ammirarla, a debita distanza, nelle calde notti estive…

Fonte immagine
https://apod.nasa.gov/apod/ap180804.html

#astrofotografia #costellazioni #vialattea
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