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Claudio Elidoro
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Toutes les grandes personnes ont d'abord été des enfants. Mais peu d'entre elles s'en souviennent. (A. de Saint-Exupéry)
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Incontri complicati
Che nell'Universo si possa osservare il risultato di drammatici e devastanti incontri tra galassie non è affatto una scoperta dell’ultima ora. Non è neppure una novità l’ipotesi che la Via Lattea e la galassia di Andromeda, come due amanti sulla spiaggia, si stanno correndo incontro a braccia spalancate. Troppo avvezzo a questa normalità (!) uno poi finisce col farsi l’idea di due oggetti cosmici affollati di stelle che si avvicinano sempre di più finché… puff, ne rimane solamente uno.
L’interazione tra due galassie, però, è un fenomeno di gran lunga più complicato, non foss’altro per il fatto che la materia che possiamo svelare direttamente con i nostri strumenti è meno di un sesto della materia che si trova effettivamente coinvolta nell'evento. Già, perché nella dinamica di ogni incontro tra galassie gioca un ruolo cruciale anche la materia oscura. Peccato che di questa enigmatica componente non sappiamo quasi nulla…
Tra i numerosi esempi di questi complicati incontri cosmici, voglio oggi segnalare la particolare categoria delle galassie chiamate polar ring galaxies. Si tratta di galassie la cui struttura è caratterizzata dalla presenza di un anello composto da gas e stelle orientato perpendicolarmente al piano della regione centrale (il cosiddetto bulge galattico). Risultano attive, insomma, due differenti strutture dinamiche: una situazione piuttosto anomala, interpretabile non solo come conseguenza di un passato turbolento e misterioso, ma anche di un presente ben lungi dall'essere perfettamente chiaro.
Uno splendido esempio di questi strani sistemi stellari è NGC 660, una galassia distante circa 45 milioni di anni luce in direzione della costellazione dei Pesci. Nell'immagine che accompagna il post la vediamo in tutta la sua conturbante bellezza, magistralmente ripresa dal Cerro Tololo Inter-American Observatory in Cile. Una fotografia per niente semplice, ottenuta grazie a complessive 19 ore di esposizione con quattro differenti filtri e ottimamente processata da Johannes Schedler.
Possiamo notare che in questa galassia l’anello polare non è esattamente perpendicolare, ma inclinato di circa 45 gradi rispetto alla struttura lenticolare più interna. L’anello, poi, si estende per 50 mila anni luce, risultando dunque molto più grande dello stesso disco, e ospita regioni di formazione stellare. Tutti indizi che, uniti alle numerosissime stelle spruzzate lungo lo sviluppo dell’anello, suggeriscono un’origine tutt’altro che tranquilla.
L’idea che gli astronomi si sono fatta di ciò che possa essere successo dalle parti di NGC 660 è più o meno la seguente: tutto è iniziato un miliardo di anni fa, quando due galassie, una delle quali a struttura lenticolare, hanno cominciato a interagire. La reciproca azione gravitazionale si è concretizzata in un sempre più energico ed esteso furto di materiale a spese della galassia meno massiccia. La complessa interazione gravitazionale, governata dagli aloni di materia oscura, avrebbe finito col pompare la dinamica dei materiali catturati imbrigliandoli in un anello rotante.
Non si pensi, comunque, che ora da quelle parti sia tornata la calma. Basti segnalare che nel 2012 la galassia ha mostrato un’improvvisa e intensissima emissione di energia, stimata equivalente all'esplosione di una decina di supernovae. Assolutamente sconosciuta la causa. L’idea più gettonata tra gli astronomi è quella di poderosissimi getti emessi dal massiccio buco nero centrale. Il che la dice davvero lunga sul trambusto che caratterizza ancora persino il cuore di NGC 660.

Ah, un ultimo dettaglio: nella parte inferiore sinistra dell’immagine si possono notare due piccole e graziose galassie, una vista di fronte e l’altra di taglio. Si trovano a 760 milioni di anni luce da noi e, ovviamente, non hanno proprio nulla a che spartire con le drammatiche vicende di NGC 660.

Fonte immagine
http://chart32.de/index.php/component/k2/item/234

Per saperne di più sulle polar ring galaxy
http://www.aanda.org/articles/aa/abs/2003/15/aa3148/aa3148.html

#galassie #astrofisica #galaxycollision
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Galassie col vento nei capelli
Confessiamolo: in barba a ogni divieto, tutti noi almeno una volta ci siamo affacciati al finestrino di un treno in movimento e abbiamo sperimentato sul volto la potente azione dell’aria dovuta alla velocità. Si tratta di un fenomeno tutto sommato abituale, che possiamo sperimentare anche durante una corsa o una pedalata. In fisica viene definito ram pressure e lo si spiega chiamando in causa il fatto che il nostro moto non avviene nel vuoto, ma deve fare i conti con il gas atmosferico.
Quando però le velocità in gioco diventano importanti, come è per esempio il caso dei meteoroidi che dallo spazio si fiondano verso la Terra, il fenomeno diventa decisamente meno poetico. L’interazione con l’atmosfera, infatti, sfocia in un innalzamento della temperatura sulla parte anteriore del meteoroide in grado di innescare la fusione (e spesso la distruzione) dell’intruso. Usando ancora la terminologia inglese, questo violento fenomeno viene chiamato ram pressure stripping, liberamente traducibile come lacerazione dovuta alla pressione dell’effetto-ariete.
Da qualche anno gli astronomi hanno scoperto che anche le galassie possono essere soggette a un fenomeno identico. Ipotizzato già negli anni Settanta da James Gunn e Richard Gott III, ormai non v’è più alcun dubbio sulla sua esistenza, confermata in modo inoppugnabile anche da numerose immagini raccolte dagli osservatori spaziali. I casi più evidenti sono quelli di sistemi stellari appartenenti ai grossi ammassi di galassie: la potente azione gravitazionale dell’ammasso (esercitata sia dalla materia ordinaria che dalla materia oscura) è in grado di spingere le galassie a incredibili velocità, innescando anche su di esse un devastante ram pressure stripping...

…_continua la lettura su Scienzainrete_
http://www.scienzainrete.it/articolo/galassie-col-vento-nei-capelli/claudio-elidoro/2017-02-15

#astrofisica #cosmologia #galassie

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Test riuscito!
La mattina del 15 febbraio 2013 ci è stato ancora una volta ricordato che il nostro Pianeta è costantemente esposto alle bizze di un nugolo di asteroidi e nuclei cometari che lo accompagnano nel suo viaggio intorno al Sole. Vengono chiamati NEO (Near Earth Object) e non vanno sottovalutati. Per il momento le orbite che percorrono quelli conosciuti non sembrano destare preoccupazione, ma sulle intenzioni di quelli che ancora non conosciamo – e ce n’è un bel po’ – non conviene proprio scommettere. Più volte ho sottolineato la necessità di occuparcene fin da ora e in modo deciso: rimandare non è per nulla consigliabile.
Quel 15 febbraio di quattro anni fa è stata la città russa di Chelyabinsk a finire nel mirino di quell'oggetto grande nemmeno una ventina di metri che ha scaricato a meno di 30 chilometri di quota il suo carico energetico di 500 kilotoni. Il prossimo intruso – perché è certo che ci sarà una prossima volta – potrebbe essere meno benevolo.
Proprio per ricordare l’evento, ma anche per sdrammatizzare un po’, ho pensato di proporvi un breve racconto. Per darvene un assaggio ne riporto le prime battute. A fine lettura, sempre che ci arriviate e ne abbiate voglia, fatemi sapere le vostre impressioni…

..........

Test riuscito!
Il comandante Kerr, seduto in plancia, era in trepida attesa del codice di attivazione. Con i gusci di materia oscura innescati e alla massima potenza, il nuovo lanciatore di massa era praticamente pronto per entrare in azione. Mancava solamente l’ultimo codice, una stringa olografica di cui, per le ferree norme dell’Alleanza di Nut, era personalmente responsabile l’Alto ammiraglio della Flotta galattica.
In piedi al suo fianco, il signor Reissner sembrava particolarmente agitato. In quanto responsabile scientifico delle operazioni della nave stellare Maelström aveva sempre accuratamente evitato di occuparsi di beghe politiche. Non che non avesse una sua idea su quell’anomala missione in cui si trovava coinvolto, ma aveva deciso di tenersela per sé o, al massimo, lasciare che trapelasse solamente conversando con gli amici più fidati. E il comandante Kerr era uno di questi.
«Scusa, comandante, ma perché per questo esperimento ci siamo spinti così lontano da casa?»
«Ti pensavo più perspicace, Reissner. Da quando, secondo te, gli esperimenti di nuove tecnologie si conducono in piazza? Non credi…»
«Non prendermi per scemo propinandomi la balla delle nuove tecnologie», lo interruppe bruscamente lo scienziato, «lo sanno tutti che quella del lanciatore di massa è ormai una tecnologia robusta e affidabile. E non è neppure la prima volta che il Maelströmr è coinvolto in simili esperimenti. Finora, però, tutto si era svolto nei quadranti stellari dell’Alleanza. Cosa bolle in pentola?»
«Non è certo questa la sede e neppure il momento per discutere di politica!» ribatté seccamente il comandante Kerr troncando ogni possibile sviluppo a quel concitato scambio di battute…
[…]

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Se sei interessato a continuare la lettura, ecco il link:
https://drive.google.com/open?id=0Byip7O2KtrqqaG9DZWx3QWZrNlE

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Una farfalla alla fine del mondo
Un adagio di Lao zi recita: «Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla». Un modo davvero insolito ed efficace per ricordarci di non fare affidamento solamente sul nostro punto di vista. Ma che non significa affatto che il punto di vista del bruco sia necessariamente sbagliato.
Lao zi mi perdonerà se l’ho messo in mezzo, ma è stata proprio questa la considerazione che m’è venuta spontanea quando, qualche giorno fa, sulla pagina di APOD mi sono imbattuto nella reinterpretazione cromatica della Nebulosa Farfalla operata da Jesús Vargas e Maritxu Poyal. Detto in due parole, si tratta della rielaborazione di un’immagine acquisita il 27 luglio 2009 dalla Wide Field Camera 3 del Telescopio Spaziale. Per l’immagine originale Hubble aveva osservato sia nel visibile che nell'ultravioletto e aveva impiegato particolari filtri per isolare le emissioni di ossigeno, elio, idrogeno, azoto e zolfo. Partendo da quella complessa immagine i due astrofotografi spagnoli hanno reinterpretato la scena con una differente palette di colori. Una reinterpretazione ben riuscita, per come la vedo io.
La Nebulosa Farfalla, ufficialmente catalogata come NGC 6302, è una nebulosa planetaria che si trova a 3500 anni luce da noi in direzione della costellazione dello Scorpione. Le nebulose planetarie segnano la spettacolare uscita di scena delle stelle di piccola massa: esaurite le reazioni nucleari che sono in grado innescare, le stelle si avviano a diventare nane bianche e la loro caldissima radiazione fa risplendere la materia che hanno espulso nel corso delle fasi evolutive precedenti.
Nel caso di NGC 6302 si stima che la stella che scolpisce e colora le ali di quella farfalla cosmica abbia una temperatura superficiale di 250 mila gradi. Nonostante la vista acuta di Hubble non è proprio possibile osservare direttamente la stella, nascosta da un denso disco di gas e polveri. Potrebbe proprio essere questo disco il diretto responsabile della struttura bipolare della nebulosa planetaria.
Il fantastico panorama cosmico di NGC 6302, sia esso dipinto con i colori originali di Hubble o con quelli scelti da Vargas e Poyal, ci racconta dunque di un astro che sta morendo. Mettendola decisamente sul tragico, potremmo dire che per gli sfortunati abitanti dell’eventuale pianeta in orbita intorno a quell'astro le trombe del Giudizio abbiano già da tempo fatto risuonare le loro fatali e lugubri note.
Ma noi vediamo soltanto una fantasmagorica farfalla dalle ali spiegate...

Fonte immagine
https://apod.nasa.gov/apod/ap170208.html

Immagine Hubble
https://www.nasa.gov/mission_pages/hubble/multimedia/ero/ero_ngc6302.html

#nebuloseplanetarie #astronomia #hubble
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Minaccia Fantasma online
Anche stavolta, sorretto dall'organizzatissima e competente collaborazione di Paolo Digiuni e Cristian Gambarotti (Gruppo Astrofili Cremonesi), ho potuto mettere online il video della conferenza sul tema degli impatti cosmici che ho tenuto a Cremona lo scorso 13 gennaio.
Vista la scelta di soffermarmi sui devastanti effetti di un ipotetico piccolo impatto su Cremona, la chiacchierata si è protratta più del previsto. Vabbeh, dai, al massimo chi si stufa spegne il video prima della sua conclusione…
Buona visione!

Post Scriptum
Approfitto per segnalare a chi volesse approfondire questo delicato tema il saggio che ho pubblicato come e-book sulla piattaforma Amazon: https://www.amazon.it/Minaccia-Fantasma-rischio-sottovalutato-impatto-ebook/dp/B01GYK58TM/
Buona lettura!


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49511 x 39136 pixel
No, non ho digitato male: si tratta proprio di un’immagine grandissima. D’altra parte, da uno strumento come OmegaCAM, la gigantesca fotocamera con sensore CCD di 268 megapixel che equipaggia il VST (VLT Survey Telescope), non possiamo aspettarci panorami insignificanti. Se, poi, a questo mega-strumento di ripresa aggiungiamo il cielo cristallino di cui possono godere gli astronomi che lavorano all'Osservatorio del Paranal, il gioco è fatto.
Soggetto dell’immagine diffusa dall’ESO sono due stupende nebulose del cielo meridionale, entrambe nella costellazione dello Scorpione, catalogate come NGC 6334 e NGC 6357. Furono individuate a fatica nel maggio 1837 da John Herschel nel corso della sua campagna osservativa a Città del Capo e solo negli anni seguenti, potendo contare su strumenti più potenti, su riprese fotografiche e lasciando correre la fantasia, gli astronomi le battezzarono con i nomignoli di Nebulosa Zampa di gatto e Nebulosa Aragosta.
Entrambe queste incantevoli nebulose sono regioni di formazione stellare e le dense nubi di polveri che ne caratterizzano la forma sono plasmate dalle giovani stelle calde e brillanti nascoste al loro interno. L’intensa radiazione ultravioletta emessa dalle stelle eccita e ionizza l’idrogeno e gli altri gas della nube innescando la loro emissione luminosa. Mentre la Nebulosa Zampa di gatto, in alto a destra nell'immagine, si trova a circa 5500 anni luce dalla Terra, la Nebulosa Aragosta è circa 2500 anni luce ancora più lontana.
Per godere appieno della bellezza del panorama, consiglio di non fermarsi a rimirare l’immagine che accompagna questo post (dalle misere dimensioni di 1200 x 1000 pixel), ma lasciarsi trasportare dalla magica corrente del Cosmo navigando nell'incredibile immagine zoomabile resa disponibile dall’ESO.
Buona navigazione!

Fonte
https://www.eso.org/public/news/eso1705/

Zoomabile
https://www.eso.org/public/italy/images/eso1705a/zoomable/

#nebulose #formazionestellare #astronomia
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A proposito di attrazione…
Anche se chi legge queste note è comodamente spaparanzato in poltrona, si sta in realtà muovendo nel Cosmo a una velocità davvero folle. Grazie alle rilevazioni del satellite Planck, infatti, si è potuto stabilire che, al netto delle incertezze dovute alla statistica o a errori sistematici, il nostro moto rispetto alla radiazione di fondo è caratterizzato da una velocità di 2˙271˙600 km/h (ho provveduto a correggere il madornale refuso segnalatomi da +Pietro Semproni​​​).
Fin dagli anni Settanta lo studio del movimento delle galassie del Gruppo Locale aveva suggerito l’esistenza di una sorta di Grande Attrattore, probabilmente un superammasso di galassie, capace di governare una corsa così estrema. Negli anni successivi, però, si era scoperta l’esistenza anche un secondo possibile polo attrattivo, un superammasso di galassie chiamata Shapley Concentration. Peccato che le misure di Planck indichino che la nostra folle corsa non punta esattamente verso l’uno o verso l’altro e, cosa ben più preoccupante, che la velocità sia circa il doppio di quella che si può giustificare chiamando in causa i due superammassi.
E allora?
Uno studio del team di Yehuda Hoffman (Hebrew University – Gerusalemme) appena pubblicato su Nature suggerisce che la responsabilità sia da attribuire all'esistenza di una sorta di dipolo gravitazionale. A fare da contraltare alla massiccia presenza del Grande Attrattore, della Shapley Concentration e a quella di altre concentrazioni di massa, insomma, vi sarebbe un Grande Vuoto che renderebbe il flusso cosmico della materia più rapido. Per giungere a questa conclusione, lo studio ha tenuto d’occhio oltre 8000 galassie determinando accuratamente il loro moto.
Per rendere più comprensibile la situazione, Sky & Telescope suggerisce la simpatica analogia con un parco acquatico gravitazionale in cui il tortuoso e divertente percorso collega una collinetta (il Grande Vuoto) con regioni a quote inferiori (le concentrazioni di massa). In questo toboga cosmico le galassie seguono il normale flusso dettato dalla gravità e la presenza di quel vuoto (l’altezza della collinetta) diventa un fattore di spinta che va a sommarsi al normale flusso attrattivo gravitazionale.
Insomma, il dipole repeller – così i ricercatori hanno chiamato quel vuoto – finisce con il raddoppiare l’azione della Shapley Concentration e delle altre concentrazioni di massa riuscendo dunque a rendere ragione della velocità delle galassie misurata da Planck.
E adesso godetevi il video. Hoffman e collaboratori propongono l’accurata ricostruzione tridimensionale di questa parte di Universo in cui risiede la Via Lattea e l’incredibile intreccio gravitazionale che governa il suo moto.
Buona visione!

Fonte
http://www.skyandtelescope.com/astronomy-news/cosmic-void-pushes-milky-way-3001201723/

Paper* scientifico*
http://www.nature.com/articles/s41550-016-0036

#galassie #grandeattrattore #cosmologia


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Dafni, lo scultore
Mi piace, ogni tanto, prendere spunto dai post di Phil Plait, noto ai più come Bad Astronomer. Mi piace perché non sono mai banali. Questa volta, però, niente spunto. Mi ha talmente affascinato il suo commento alla fantastica immagine di Dafni che galleggia, quasi surfando, tra gli anelli di Saturno, che non voglio correre il rischio di rovinare l’incanto. Un consiglio spassionato: andatevi a leggere il post – per chi mastica poco l’inglese basterà l’aiuto di un traduttore online.
Qui mi limito solo, traducendo molto liberamente, a proporre piccoli frammenti spulciati qua e là dal pensiero di Phil.

«Sappiamo dell’esistenza di questa luna da un decennio o giù di lì. Ma quanti anni ha? Milioni? Miliardi? Da quanto tempo questo piccolo pezzo di ghiaccio orbita intorno a Saturno imbastendo le sue meravigliose creazioni fatte di ancor più minuscoli pezzetti di ghiaccio?
Silenziosamente, questa luna scivola attraverso gli anelli di Saturno da molto prima che l'umanità esistesse come specie e probabilmente lo farà ancora per molto, molto tempo. E l’ha fatto senza nessuno che ammirasse il suo vagare, senza controllo, senza alcun apparente scopo.
Dafni fa quello che fa perché deve farlo. Danzando sulle note della gravità, segue le ferree regole della scienza e solamente da pochi anni anche noi abbiamo potuto leggere quelle note, sentire la musica e apprezzarne la melodia».

E qui mi fermo: voglio proprio che quel post andiate a leggervelo tutto.
Applausi, Phil!

#saturno #badastronomy 

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La supernova dietro l’angolo
Il prossimo 24 febbraio saranno trascorsi trent'anni dall'apparizione nella Grande Nube di Magellano della supernova SN 1987A. Una circostanza che la redazione di Coelum non poteva lasciarsi sfuggire e per la quale ha pensato bene di coinvolgermi direttamente.
Sul numero di febbraio della rivista – disponibile gratuitamente online – abbiamo dunque provato a tratteggiare le caratteristiche di questa esplosione stellare e accennare a ciò che ci ha insegnato questo evento celeste che, per la sua vicinanza, è stato davvero molto gradito dagli astronomi.
Attingendo dagli archivi di Coelum, poi, abbiamo pensato di riproporre la classifica delle stelle della Via Lattea che potrebbero ambire al ruolo di prossima supernova galattica. Una curiosa graduatoria che abbiamo pubblicato nel marzo 2011, ma che rimane tuttora valida.
Ah, è ovvio che non ci siamo dimenticati di vedere da vicino quanto una supernova possa essere pericolosa per la Terra e i suoi abitanti…
Buona lettura!

Coelum – numero 208, febbraio 2017
https://goo.gl/LZY1jg

#supernovae #coelum
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Cremona nel mirino… 2
Per rendere più tranquillo e sereno (!) il ritorno a casa a chi era intervenuto lo scorso venerdì sera alla mia conferenza a Cremona, ho pensato di proporre anche un altro scenario. Abbiamo fatto trenta, mi sono detto, perché non fare trentuno?
Ho dunque utilizzato l’ormai ben noto simulatore di impatto reso disponibile sul web da Gareth Collins, Jay Melosh e Robert Marcus per mettere ancora Cremona nel mirino di un proiettile cosmico. Questa volta la parte del cattivo la recitava una piccola cometa, un oggetto di 1 km di diametro che si schiantava al suolo a 50 km/s. A chi ritenesse fuori luogo l’aggettivo “piccola”, mi limito a segnalare che le dimensioni della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko (la famosissima cometa visitata dalla sonda Rosetta) sono 4,1x3,3x1,8 km e che l’altrettanto rinomata cometa di Halley misura 15x8 km.
Bon, la buona notizia è che, statisticamente, un evento del genere si valuta possa capitare una volta ogni milione di anni. Godetevela ben bene, perché da adesso in poi le notizie saranno solo brutte. Anzi, peggio.
L’energia in gioco, ovviamente, è mooolto maggiore di quella del piccolo asteroide incontrato nel post precedente. Qui parliamo di 156 mila Megaton, l’equivalente di quasi dieci milioni e mezzo di ordigni come quello di Hiroshima. Purtroppo, di fronte a un’energia così smisurata la nostra atmosfera può fare ben poco e riesce ad assorbire solamente 7 mila Megaton. Tutto il resto si scarica al suolo. A beneficio dei futuri libri di geografia questo si concretizza in un cratere iniziale di quasi 12 km destinato successivamente ad assestarsi in una voragine di 16,1 km di diametro profonda 684 metri. Un bel buco destinato inevitabilmente a trasformarsi, vista la fitta rete idrica della zona, in un grosso lago di oltre 200 km quadrati.
In questo secondo scenario non ho voluto fare il conto delle vittime. Mi sono limitato, come si nota nell'immagine che accompagna il post, a suggerire agli allibiti ascoltatori cremonesi cosa potrebbe avvenire a diverse distanze da ground zero.
A 100 km di distanza da quella che un tempo era Cremona l’intensità del calore sviluppato nell'impatto è ancora in grado di provocare ustioni di III grado e l’onda di sovrappressione ammonta a oltre 25 psi, più del doppio di quello che è normalmente considerato il valore minimo perché qualche struttura resti in piedi. A quella distanza, inoltre, al suolo si accumulerà uno strato di polveri e detriti spesso circa 16 cm.
A 150 km la situazione non migliora affatto. Il calore è ancora in grado di infliggere ustioni di III grado e l’onda di pressione (11 psi) comincia forse a risparmiare le costruzioni più robuste. Al suolo, lo strato di polveri e piccoli detriti è spesso circa 5 centimetri.
A 200 km (il che significa che ormai siamo giunti a Venezia da una parte e a Torino dall'altra) la situazione cambia di poco: per i malcapitati abitanti dobbiamo registrare ancora ustioni di III grado e una sovrappressione (6,4 psi) perfettamente in grado di sventrare una normale abitazione di mattoni. Qui l’onda d’urto arriva una decina di minuti dopo l’accecante lampo iniziale.
In pochi minuti, insomma, l’intera Pianura Padana è trasformata in una desolata distesa di morte e rovine. Probabilmente l’Appennino riesce a rendere meno gravosa la situazione in Liguria e Toscana schermando la radiazione termica, ma temo (anche se non sono uno specialista in questo campo) che l’onda di sovrappressione lasci comunque la sua terribile e devastante impronta.
Venerdì sera ho giudicato davvero troppo perfido calcare la mano sull'impossibilità immediata di interventi di soccorso (inagibilità di strade, ponti, ferrovie, centri abitati con viabilità cancellata dai cumuli di macerie, navigazione aerea resa difficoltosa dalle polveri in sospensione, incredibile estensione dell’area interessata, …) e mi sono limitato a concludere con una beffarda slide con due parole: Game Over.
Già, fine dei giochi.

Simulatore di impatti online
http://impact.ese.ic.ac.uk/ImpactEffects/

Minaccia Fantasma
https://www.amazon.it/Minaccia-Fantasma-rischio-sottovalutato-impatto-ebook/dp/B01GYK58TM/

Post Scriptum
Dicevamo un milione di anni, vero? Bene, risale proprio a un milione di anni fa l’evento che ha scavato in Kazakistan il cratere Zhamanshin di 14 km di diametro.
Ooops, forse questo non dovevo dirlo…
http://www.passc.net/EarthImpactDatabase/zhamanshin.html


#impatticosmici   #cremona   #minacciafantasma  
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